“Il cinema americano in Italia”: intervista all’autore Federico Di Chio

  

“Un film americano innanzitutto è sempre un film. Cioè non annoia […]. Volgari, violenti, convenzionali, senza verosomiglianza, senza finezze psicologiche e fotografiche. Ma fatti fatti fatti. Un bacio e una rivoltellata. Una preghiera e un inseguimento […]. Cullati dal ritmo rapido, incessante e perfetto dei tagli di visione, ci abbandoniamo anche noi alla facile inquietudine della trama.” Così Mario Soldati scriveva nel 1935 in America, primo amore. È forse cambiato l’impatto del cinema americano sul nostro immaginario di spettatori cinefili?

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“DreamWorks Animation. Il lato chiaro della luna” di Matteo Mazza e Simone Soranna

 

Per anni paragonata (al ribasso) con i “rivali” della Pixar, la DreamWorks Animation SKG ha segnato in modo significativo la storia del cinema d’animazione, sotto l’egida dei fondatori Steven Spielberg, Jeffrey Katzenberg e David Geffen. Con film e saghe di forte impatto e straordinario successo di pubblico quali Shrek, Kung Fu Panda e Madagascar, solo per citare i titoli più celebri, ha creato un modello e un immaginario visivo e narrativo di forte riconoscibilità. Questo a dispetto dei già citati (e inutili) confronti con la concorrenza, che come conseguenza hanno prodotto una sottovalutazione dei film in questione e una scarsità assoluta di studi e pubblicazioni, almeno in Italia. A colmare questa lacuna ci pensa il volume DreamWorks Animation. Il lato chiaro della luna, edito da Bietti nella collana Heterotopia e curato da due nomi già noti a I-FILMSonline: Matteo Mazza e Simone Soranna.

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Il cinema dopo il cinema 1. Dieci idee sul cinema americano 2001-2010 di Roy Menarini

  

Con la scelta di indagare le mutazioni del cinema americano in un lasso di tempo limitato, in Il cinema dopo il cinema 1. Dieci idee sul cinema americano 2001-2010, Roy Menarini non fa una semplice operazione di ritaglio ma propone un metodo di percezione, o di visione potremmo dire appropriatamente, di quello che è l’“oggetto” cinema; considerato come un territorio di apparizione, una superficie di emergenza su cui affiorano elementi diversi.

Ciò che noi possiamo dire del cinema è sempre generato nel quadro di un sapere e di una condizione storica anch’essi in continua mutazione. Infatti, il titolo del libro non allude a un’ipotetica morte del cinema e al suo rinascere ma allo spazio di una trasformazione; che cambia molto di ciò che c’era prima eccetto il carisma, un’influenza indiscutibile, una vera e propria aura recuperata e assunta ora dal cinema nella sua totalità in quanto arte e non in riferimento a singole opere, dopo che, come giustamente aveva visto Walter Benjamin, era stata proprio la nascita del cinema (e della fotografia) a sancirne la scomparsa, cancellando unicità, autenticità e autorità dell’opera singola con la riproducibilità tecnica.

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Empirismo eretico di Pier Paolo Pasolini. Una nota

 

In Pier Paolo Pasolini lesperienza cinematografica è da considerarsi una ricerca, uno sforzo in direzione dellespressione, che assume le forme del dubbio quando ci si appresta a elaborarla concettualmente. Empirismo Eretico raccoglie alcune delle più importanti riflessioni pasoliniane in proposito: lopera, pubblicata nel 1972, contiene le note di teoria cinematografica del regista che, come in un lavoro interdisciplinare, si confronta con sociologia, linguistica, semiologia. Si tratta di un documento che tiene insieme tutti gli interventi dellautore anche in merito a lingua” e letteraturaa partire dalle nuove proposte che avanzano da quelle discipline.

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CLINT EASTWOOD. UN CINEMA CHE CI RIGUARDA di Adriano Piccardi

 

Il libro di Adriano Piccardi ha il suo primo merito nel fatto di non tracciare un “profilo” dell’autore di cui si occupa. Perché questo è un bene? Perché ci libera da tutta una serie di costrizioni a cui conduce l’idea stessa di autore, finendo spesso per essere un centro magnetico vicino al quale ogni argomentazione è costretta a piegarsi.

Sembra paradossale per un libro intitolato inequivocabilmente Clint Eastwood, ma è il sottotitolo a indicare la prospettiva di visione, facendo da sottotesto a tutta la riflessione che ne segue: l’espressione Un cinema che ci riguarda opera un cambio repentino di soggetto, è qualcosa di cui ci si rende conto solo a uno sguardo più prolungato, mentre si tiene il libro tra le mani e lo si osserva aspettando religiosamente – non si sa cosa – di aprirlo per la prima volta (questo è un rituale che i tanti feticisti del libro possono capire perfettamente).

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L’OCCHIO DEL NOVECENTO. CINEMA, ESPERIENZA, MODERNITA’ di Francesco Casetti

 Giunta all’ultima pagina del libro di Francesco Casetti, sono andata a cercare L’archeologia del sapere di Michel Foucault. Per molte pagine ho avuto la sensazione che lo stile argomentativo di Casetti fosse una dimostrazione di come la metodologia di ricerca proposta dal filosofo francese potesse essere perlomeno tentata nelle ricerche di teorie del cinema.

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IL CORVO: da James O’Barr al film con Brandon Lee

“Non può piovere per sempre”

 Chi non conosce questa frase? Eppure, come spesso accade, le citazioni perdono le proprie origini per rimanere indelebili solo nella loro forma. Ed è un peccato, perché opere toccanti come Il Corvo rischiano di essere dimenticate. Era infatti il 1994 quando l’allora esordiente Alex Proyas, che a curriculum portava con sé la regia di diversi videoclip musicali, dava vita sul grande schermo alla graphic novel di James O’Barr, consacrandola definitivamente. Come spesso accade, però, Proyas prende solo spunto dall’opera originale, dando vita ad un progetto differente, a tratti più coerente, caricandolo ulteriormente di una componente romantica e a tratti commovente, per un film che, sì, può essere visto come un film di supereroi – di anti eroi – con tinte dark, thriller (per qualcuno anche horror), ma che, in realtà, è una storia d’amore. Tra le più belle mai raccontate.

Eric Draven (Brandon Lee), risvegliato dal picchiettio di un corvo sulla sua lapide, torna in vita la notte di Halloween, per vendicare la morte della sua amata Shelley, uccisa un anno prima da una banda di malviventi.

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Child of God: da McCarthy a James Franco

 Con Child of God, James Franco ha dato dimostrazione della sua bravura, riuscendo a imprimere la sua firma cinematografica. Il regista conferma di saper girare film rischiosi (oltre alle altre infinite attività che svolge nel mentre, come studiare, insegnare, vedere pellicole e criticarle, sceneggiare, recitare, e probabilmente anche respirare), non tanto per la trasposizione di alcuni libri sul grande schermo, ma più per l’argomento in essi trattato. Child of God si basa sull’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, e per chi lo avesse letto, ci si rende subito conto di quanto questo romanzo sia un sfida da affrontare.

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IL NUOVO CINEMA DI HONG KONG. VOCI E SGUARDI OLTRE L’HANDOVER di Stefano Locati ed Emanuele Sacchi (2014)

 1997: dopo un secolo e mezzo di dominio britannico, Hong Kong entra a far parte della Repubblica Popolare Cinese (come regione amministrativa; il controllo completo entrerà in vigore nel 2047). L’impatto che questa svolta storica, comunemente indicata con il termine handover, ha avuto sulla città-stato e sull’intero sistema geopolitico dell’Estremo Oriente ha condizionato in maniera irreversibile anche quella che fino agli anni ’90 è stata la terza industria cinematografica del mondo. Con questo radicale ridimensionamento dei confini, a causa del quale il gigante cinese sta progressivamente “inghiottendo” la ex colonia anche dal punto di vista culturale, l’identità della produzione cinematografica locale è destinata a dissolversi? A questa domanda risponde il saggio Il nuovo cinema di Hong Kong. Voci e sguardi oltre l’handover di Stefano Locati ed Emanuele Sacchi – rispettivamente fondatore e direttore del sito web Hong Kong Express – ed edito da Bietti Heterotopia.

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12 anni schiavo: dalle pagine di Solomon Northup al film di Steve McQueen

«Poiché la mia è la storia di un uomo nato in libertà, che poté godere dei benefici di tale condizione per trent’anni in uno Stato libero e che fu poi rapito e venduto come schiavo e tale rimase fino a al felice salvataggio avvenuto nel mese di gennaio del 1853, dopo 12 anni di cattività, mi è stato suggerito che queste mie vicende potrebbero rivelarsi molto interessanti per il grande pubblico». (Solomon Northup, 12 anni schiavo, 1853)

Queste le parole con cui Solomon Northup apre il suo romanzo autobiografico, da cui Steve McQueen ha tratto 12 anni schiavo, il gigantesco film candidato a 9 premi oscar e che in Italia arriva solamente il 20 gennaio, tra le polemiche per le locandine accusate di razzismo, con Brad Pitt o Michael Fassbender in primissimo piano e Chiwetel Eijofor relegato in un angolo. E quando Solomon Northup parla di «vicende molto interessanti per il grande pubblico», non poteva neanche immaginare quanto sarebbe stata importante la sua opera per un tema delicato come il razzismo e la schiavitù, trattato già diverse volte sul grande schermo ma mai con questa incisività. Si pensi a grandi film come Il colore viola (11 nominations agli oscar, ma la maggior parte andati a La mia Africa), Amistad (4 nominations agli oscar stravinti da Titanic), di Steven Spielberg, piuttosto che all’ultimo irriverente Django Unchained di Quentin Tarantino, che tanto ha fatto infuriare Spike Lee: si tratta senz’altro di pellicole notevoli, ma che non hanno saputo raggiungere l’enormità, l’intensità e la rude poesia regalate da Steve McQueen, definitivamente consacrato dopo Hunger e Shame.  

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BIG FISH: da Daniel Wallace a Tim Burton

bigfish2Di norma sarebbe il contrario, ma ci sono casi rari in cui la letteratura si trova ad essere solo un’ispirazione per  il cinema, un punto di partenza da cui scatenare il talento dell’arte visiva, amplificando l’effetto della parola scritta, che si discosta a volte, per regalare emozioni più grandi a chi si appresta ad ascoltare una storia che crede già vista e che in realtà quasi non conosce. Questo è il caso di Big Fish, un romanzo del 1998 che l’esordiente Daniel Wallace scrisse in memoria di suo padre, trasformato in un capolavoro assoluto dal talento di Tim Burton – dopo aver sfiorato Steven Spielberg – nel 2003, con un film omonimo girato proprio poco dopo la morte di entrambi i genitori, tra il 2000 e il 2002. Di fatto, tra le due opere, si potrebbe dire che un contatto avviene solo per le linee guida, più un soggetto base che una sceneggiatura, che Burton ha reso un’opera indimenticabile.

 

“Il giorno in cui Edward Bloom nacque, venne la pioggia.”(Big Fish, Daniel Wallace, 1998, p. 14)

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IO LO CHIAMO CINEMATOGRAFO: una conversazione tra Francesco Rosi e Giuseppe Tornatore

tornatoreLeone d’oro a Venezia per Le Mani sulla Città nel 1963, Palma d’Oro a Cannes per Il Caso Mattei nel 1972, Orso d’Oro a Berlino alla carriera nel 2008 e Leone d’Oro alla carriera nel 2012: questi sono alcuni dei premi vinti da Francesco Rosi, l’ultimo, grande, regista dell’epoca d’oro del cinema italiano ancora in vita alla veneranda età di 91 anni. Francesco Rosi che, nel 2012, ha deciso di riavvolgere il nastro e ripercorre le tappe della sua vita e della sua carriera in una intervista fiume con l’amico Giuseppe Tornatore. Il risultato è il libro “Io Lo Chiamo Cinematografo” (edito da Mondadori), un’ infinita autobiografia di quasi 500 pagine, dove la vita privata di Rosi, la storia della sua carriera, la storia del cinema italiano e la storia dell’Italia repubblicana si intrecciano diventando un cosa sola, potente ed inscindibile. Ed è proprio questa fusione di privato e pubblico, di Cinema e Storia, a rendere unico un libro che, anche in virtù di un titolo vagamente anti-moderno, potrebbe sembrare ostico e obsoleto ad una prima occhiata.

Benché mai allineato con un partito, Francesco Rosi è stato infatti il regista più politico del cinema italiano, il regista che con i suoi film-inchiesta ha cercato di scavare dentro i tanti misteri della storia della Repubblica Italiana, mettendo a rischio più volte il proprio lavoro e la propria vita. La storia della sua vita, dunque, è anche l’avventurosa storia di un giornalista investigativo prestato al cinema, l’appassionante racconto di uomo che ha toccato con mano i nervi del potere e che ha saputo mostrare come pochi il lato oscuro dell’Italia.  

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CUJO (ovvero l’esempio da non seguire in materia di adattamento cinematografico)

 “Quello che restava del cane che era stato prima che il pipistrello gli mordesse il naso si girò e quell’altro cane, quello malato e pericoloso, ubbidiente per quell’ultima volta, fu costretto a girarsi a sua volta. Cujo se ne andò via ciondolando, ingoiato dalla nebbia. La schiuma colava dal muso giù sulla polvere dell’aia. Si mise a trottare, sperando di lasciarsi indietro la malattia, ma il male correva con lui, ronzando e cicalando, angosciandolo con dolorosi pensieri di odio e assassinio. Si mise a rotolare nell’erba alta, mordendola, roteando gli occhi. E il mondo era un mare impazzito di odori. Li avrebbe seguiti, ne avrebbe ritrovate le fonti e le avrebbe sbranate tutte. Si mise a ringhiare di nuovo. Si imbucò nella nebbia che cominciava a diradarsi, un cagnone che pesava poco meno di cento chili.” (Stephen King, Cujo)

 

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V PER VENDETTA: dalle pagine di Alan Moore al film di James McTeigue

« Remember, remember,
the fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I see no reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot! »

 

LocandinaQuesto l’incipit di una filastrocca per bambini, inventata in memoria del 5 novembre 1605, quando l’idea di alcuni cospiratori cattolici inglesi era quella di far saltare in aria la Camera dei Lord, in cui erano riuniti Re Giacomo I e tutti I membri del parlamento inglese. L’episodio, noto come la congiura delle polveri (“Gunpowder Plot”), ha visto tra i suoi protagonisti Guy Fawkes, ora il più celebre tra i cospiratori, tanto che il suo volto stilizzato è ormai divenuto il simbolo della ribellione, più che dell’anarchia che in molti casi si vorrebbe attribuirgli. Tra il 1982 e il 1985, Alan Moore, autore, fra gli altri, del capolavoro Watchmen, ha pensato, scritto e, con l’aiuto di David Lloyd, illustrato una graphic novel distopica in cui il protagonista è un uomo mascherato da Guy Fawkes, che cerca giustizia in un’Inghilterra postnucleare dove è il Regno Unito a dominare il mondo con un regime totalitario. V per Vendetta, che ha visto la luce nel 1988 grazie alla DC Comics, è a tutti gli effetti un’opera enorme, capace di fondere in un personaggio poetico, romantico, anarchico e desideroso di giustizia, tutti i valori che la società dell’epoca stava vedendo allontanarsi, in un periodo di crisi sociale, prima che economica, che certo non lasciava intravedere alcun bagliore. Londra è sotto controllo da ogni punto di vista, in un evidente e meraviglioso omaggio al 1984 di George Orwell, in cui i cittadini hanno televisioni con un solo canale, i telegiornali sono controllati dal Partito e anche la polizia è corrotta, in una totale assenza di libertà di espressione: è in questo scenario che si muove V, una sorta di supereroe fuggito al campo di sterminio di Larkhill e che ora cerca vendetta contro i responsabili dello sterminio di massa.

 

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William Friedkin si racconta ne Il buio e la luce, la sua autobiografia

William-FriedkinUn giovane di belle speranze sta ultimando le riprese di un episodio della serie televisiva L’ora di Hitchcock. All’improvviso nello studio si materializza lui, Hitch: sigaro in bocca, passo fiero ma claudicante, presenza minacciosa che evoca ammirazione e rispetto.

Il giovane di belle speranze si avvicina al Maestro e, elettrizzato, gli porge la mano: “Mister Hitchcock, per me è un onore conoscerla”. Hitch porge svogliatamente la mano e sembra quasi aspettarsi che il ragazzo gliela baci; freddo e distaccato, squadra il giovane con sufficienza e lo ammonisce: “Mister Friedkin, solitamente i nostri registi portano la cravatta”.

Spiazzato, il giovane di belle speranze rimane senza parole, pensa ad una risposta efficace da improvvisare ma il Re del brivido non ha tempo da perdere; il giovane di belle speranze, nella sua mise da t-short e pantaloni kaki, osserva Hitch allontanarsi. Cinque anni più tardi, l’allievo si prenderà una piccola rivincita sul Maestro.

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FIGHT CLUB: dal libro di Palahniuk al film di Fincher

“La prima regola del fight club è che non si parla del fight club” (Fight Club, 1996, di Chuck Palahniuk)

Ci sono opere letterarie che arrivano silenziose, quasi senza farsi notare, ma che una volta esplose risultano di una violenza devastante. Sono opere di cui spesso il cinema si ciba, le divora per poterne trarre denaro, il più delle volte, o per arricchirle ulteriormente con delle immagini che possano marchiare in modo indelebile nelle menti degli spettatori le parole scritte, laddove non dovessero essere sufficienti. Accade raramente che i risultati siano soddisfacenti, se si pensa al numero enorme di libri trasformati in sceneggiatura, ma quando nelle mani di un regista come David Fincher – già acclamato per Alien³ e per Se7en – finisce un libro del calibro di Fight Club, scritto da Chuck Palahniuk nel 1996, il risultato non può essere che lo stravolgente film di culto che ne è derivato, un’opera enorme con cui il regista si è definitivamente consacrato e in cui Brad Pitt ha offerto una delle prove più maestose della sua carriera.

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SPIELBERG E CRICHTON: IL MONDO PERDUTO

“Quest’isola è lo sporco segreto di Hammond… Il lato oscuro del suo parco” (Ian Malcolm, Il mondo perduto, Michael Crichton, 1995)

 

Michael Crichton, forte del successo ottenuto pochi anni prima con Jurassic Park, ispirandosi all’omonimo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle, decide di dar vita ad un sequel, Il mondo perduto. Steven Spielberg, che nella vita non si è mai lasciato sfuggire un’occasione propizia, decide di battere ferro finché è caldo, e inizia a girare un film omonimo, ispirato all’opera di Crichton ma che, viste le divergenze del suo Jurassic Park dall’originale, non può che essere differente. Infatti in entrambi i casi si tratta di un’operazione di salvataggio, ma nel romanzo è il dottor Levine (assente nel film) a dover essere recuperato, mentre nel film è Sarah Harding, già mandata da Hammond (ucciso dai dinosauri nel primo romanzo) a Isla Sorna, a voler essere recuperata da Ian Hammond, l’unico personaggio rimasto intatto dopo il primo film. La notizia sconvolgente è che esiste un “Sito B”, ossia un isola dove i dinosauri venivano creati, allevati e lasciati liberi in attesa di essere portati a Isla Nublar, la vetrina del Jurassic Park. Ma, mentre nel romanzo le intenzioni che spingono Levine ad addentrarsi nell’isola sono puramente di tipo accademico e scientifico, la InGen nel film spedisce molti uomini per portare i dinosauri in un parco a San Diego, visto il fallimento di pochi anni prima. Dunque la storia in un certo senso si ripete, ed è chiaro sin dalle prime sequenze che non si tratta del capolavoro ammirato con Jurassic Park, ma di un sequel pensato solo a fini economici.

 

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Dal romanzo al grande schermo: KIKI – CONSEGNE A DOMICILIO

“Il romanzo originale, Kiki – Consegne a domicilio, è una splendida opera di letteratura per l’infanzia che raffigura con grande calore l’abisso che separa indipendenza e dipendenza nelle speranze e nello spirito delle ragazzine giapponesi di oggi” (Hayao Miyazaki, parlando di Kiki-Consegne a domicilio nel 1989)

Tra le opere di Hayao Miyazaki, alcune sono rimaste quasi ignote ai non appassionati, anche a causa della distribuzione italiana, che solo negli ultimi anni ha tentato di redimersi riportando nelle sale capolavori come Porco Rosso, Laputa – Il Castello nel Cielo e, adesso, Kiki – Consegne a domicilio. Sono tutti film prodotti tra il 1986 e il 1992, che solo ultimamente sono stati recuperati sul grande schermo. Quello che pochi sanno è che per Miyazaki i romanzi sono fortissima fonte di ispirazione, anche se poi, a ben osservare, i suoi film sono effettivamente delle libere interpretazioni più che fedeli riproposizioni, e Kiki – Consegne a domicilio non fa eccezione. Anche in questo caso la protagonista, come spesso accade nelle sue opere, è una ragazzina, la tredicenne Kiki, che a 13 anni decide di allontanarsi da casa per divenire finalmente adulta, arrivando in una città di mare e svolgendo consegne a domicilio come lavoro. Ma non sarà semplice, affronterà diverse difficoltà, tra cui il pericolo di perdere la magia…

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Dal romanzo al film di animazione: “La città incantata”

“Nel pomeriggio, Rina, pensando che stessero mangiando troppo, esortò Monday: «Anche se sono buoni, non significa che dobbiamo mangiarne così tanti». Ciononostante, senza nemmeno ascoltarla, i due continuarono a ingozzarsi. Alla fine Rina nascose il piatto di dolci.” (Il meraviglioso paese oltre la nebbia, Sachiko Kashiwaba, 1987)

 

Chihiro non nascose nessun piatto di dolci, anzi, stette ad osservare i suoi genitori rimpinzarsi di ogni prelibatezza trovata nel ristorante abbandonato nella città deserta, salvo poi correre via spaventata in cerca di aiuto al calar delle tenebre, alla vista degli spiriti, accortasi che i suoi genitori erano stati tramutati in maiali. Quella che può sembrare una sottile differenza, è in realtà uno dei pochi punti di congiunzione rintracciabili tra Il meraviglioso paese oltre la nebbia, romanzo di Sachiko Kashiwaba, e La Città Incantata, il capolavoro di animazione di Hayao Miyazaki. Le differenze sono infatti moltissime, a partire dalla trama: nel romanzo, infatti, la piccola protagonista si chiama Rina ed è in viaggio alla ricerca del paese oltre la nebbia, di cui suo padre tanto le ha parlato, mentre invece Chihiro è catapultata nella sua avventura dall’avventatezza e dell’ingordigia dei suoi genitori. Forse questo è un primo elemento interessante, notando come Miyazaki – non nuovo all’esaltazione di un’infanzia salvifica e riparatrice rispetto ad un’età adulta avida e corrotta – abbia voluto contestualizzare la trama in questo modo proprio per poter inserire questo elemento a lui caro.

 

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Dalla fiaba al grande schermo: Il castello errante di Howl

HowlDopo che nel 2001 Hayao Miyazaki è tornato alla ribalta con La Città Incantata – vincendo un meritatissimo Orso d’Oro a Berlino e il premio Oscar per il Miglior Film d’Animazione nel 2003 – quando nel 2004 a Venezia, in occasione del Leone d’Oro alla Carriera, ha presentato Il Castello errante di Howl, è stata solo l’ulteriore (ri)conferma dello sconfinato genio dell’animatore giapponese. Il film, infatti, è ormai conosciuto in tutto il mondo e apprezzato moltissimo sia dal pubblico che dalla critica, che ha ormai elevato da parecchi anni Miyazaki allo status di maestro assoluto nel suo genere. Quello che però molti non sanno è che dietro a questo capolavoro c’è un romanzo fantasy omonimo, una fiaba scritta nel 1986 da Dianne Wynne Jones, parte di una trilogia che comprende anche i sequel: Il Castello in aria e La Casa per ogni dove.  

 

“Lui capisce i miei libri come nessuno li ha mai capiti” (Diane Wynne Jones, parlando di Hayao Miyazaki)

 

 

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SPIELBERG E CRICHTON: JURASSIC PARK

locandina-jurassic-park“Le dico io qual è il problema insito al potere scientifico che state usando qui: ehm… Non c’è voluta nessuna disciplina per ottenerlo. Voi… Voi avete letto quello che altri hanno fatto e di lì siete partiti, non sono conoscenze dirette, quindi non vi assumente nessuna responsabilità… per quello. Siete saliti sulle spalle di altri per ottenere un risultato il più rapidamente possibile e una volta ottenuto questo risultato voi… voi lo avete brevettato, impacchettato, ficcato in una scatoletta di plastica e ora lo vendete, volete venderlo” (Ian Malcolm a John Hammond, Jurassic Park, Steven Spielberg, 1993)

 

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MILANO, SI GIRA! GLI SCORCI RITROVATI DEL CINEMA DI IERI, di Mauro D’Avino, Lorenzo Rumori, Simone Pasquali, Roberto Giani, Andrea Martinenghi (2012)

milano si gira copertinaMilano e il cinema: una relazione tormentata, fatta di lunghi addii e molte sparatorie. Mentre Roma è storicamente la capitale del cinema italiano, negli ultimi anni in declino, e Torino sta acquistando sempre più importanza grazie a un nuovo polo cinematografico, Milano è sempre stata esclusa dai giochi. Eppure non mancano esempi illustri, dal De Sica di Miracolo a Milano al Visconti di Rocco e i suoi fratelli, di film ambientati nel capoluogo lombardo. Che forse più di tutte le altre città ha mostrato uno straordinario, rapidissimo cambiamento nell’arco di pochi decenni.

Ce lo illustrano molto precisamente Mauro D’Avino, Lorenzo Rumori, Simone Pasquali, Roberto Giani e Andrea Martinenghi i cinque autori di Milano, si gira! Gli scorci ritrovati del cinema di ieri, edito da Gremese, con prefazione di Carlo Lizzani.

Un volume davvero imperdibile per ogni milanese che si rispetti, cinefilo o meno, che, attraverso un ricco excursus in cinquant’anni di storia del cinema, dai Trenta agli Ottanta della famigerata “Milano da bere”, ci racconta con parole, ma soprattutto con tante e belle immagini, com’è cambiata la città del “Dom”.

Diviso per zone, come una guida turistica, non trascurando periferie e zone limitrofe, e corredato di dettagliatissimi apparati (indice analitico, cronologia dei film citati e una serie di contenuti speciali, dalle curiosità alle scene clonate) Milano, si gira! è un’occasione per scoprire e riscoprire la metropoli meneghina attraverso lo sguardo di tanti registi e di tante epoche diverse.

 

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MILLENNIUM: DA LARSSON A FINCHER

Se una trilogia è così potente da far realizzare, nel giro di pochi anni, non solo l’adattamento cinematografico di ogni suo libro, ma addirittura un remake statunitense del primo film, allora vale davvero la pena di parlarne. In realtà, per chi avesse letto i romanzi in questione, ossia la trilogia di Millennium Uomini che odiano le donne (2005), La ragazza che giocava con il fuoco (2006) e La regina dei castelli di carta (2007) – tutto questo preambolo risulterà completamente insensato, in quanto la grandezza della trilogia di Stieg Larsson, morto prematuramente prima della pubblicazione dei suoi capolavori, la si scopre soprattutto sulla carta stampata, anche perché le realizzazioni cinematografiche lasciano parecchio a desiderare.

 

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LA VENDETTA DEGLI ANTI-EROI. IL CINEMA DI NICOLAS WINDING REFN a cura di Stefano Giorgi e Fabio Zanello (2012)

 “Considero l’arte un atto di violenza: la sola differenza fra arte e violenza è che nella vita reale la violenza distrugge, mentre nell’arte ispira. Credo fermamente che il film sia una forma d’arte e che l’arte debba essere costantemente esplorata”.

Le parole del regista Nicolas Winding Refn a proposito del concetto di arte filmica sono indicative riguardo al suo modo di fare cinema e possono essere considerate punto di partenza per la lucida e serrata analisi compiuta nel volume La vendetta degli anti-eroi. Il cinema di Nicolas Winding Refn. Introdotto da una splendida prefazione di Laurent Duroche, il libro ci guida nelle ossessioni e nei feticci del regista danese attraverso dodici approfonditi saggi che ci trasportano in un mondo grondante sangue, degradazione e marciume.

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L’arte dell’adattamento: David Cronenberg (5)

 

Esiste una benigna psicopatologia che ci chiama a sé. Per esempio, un incidente stradale è un evento legato alla fertilità anziché alla distruzione; è una liberazione di energia sessuale […], con un’intensità che è impossibile in ogni altra forma. Sperimentare certe cose, viverle… Questo è il mio progetto.” (Robert Vaughan a James Ballard, Crash, David Cronenberg, 1996)
 
Non poteva esistere modo migliore per concludere il ciclo sulle trasposizioni cinematografiche ad opera di David Cronenberg. Il regista canadese trova, nel romanzo Crash (scritto da James Graham Ballard nel 1973), pane per le sue ossessioni, realizzando un assoluto capolavoro su un mondo ormai disumanizzato e vincolato/ossessionato a/da nuove forme di tecnologia.
 

 

 

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Adattando Naked Lunch, da Burroughs a Cronenberg

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«Mi sono svegliato dalla Malattia a quarantacinque anni, calmo e sano di mente, e in condizioni di salute ragionevolmente buone non fosse stato per il fegato debilitato e quell’aspetto di carne in prestito comune a chi è sopravvissuto alla Malattia… quasi nessuno ricorda il delirio nei dettagli. A quanto pare io ho preso appunti dettagliati sia sulla malattia che sul delirio. Non ho un ricordo preciso degli appunti presi e ora pubblicati con il titolo Pasto nudo». 

Così William S. Burroughs apre la prefazione del suo romanzo più celebre, Naked Lunch, pubblicato nel 1959 da una piccola e coraggiosa casa editrice francese, la Olympia Press, con il titolo Le festin nu.

Il pubblico americano dovette attendere invece il 1962 per leggere il terzo romanzo (i precedenti erano La scimmia sulla schiena e Queer) del maestro della beat generation, guru di Jack Kerouac e Allen Ginsberg.

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L’arte dell’adattamento: David Cronenberg (3)

Inseparabili: ossessioni e solitudine del doppio

 

Eccoci arrivati al terzo appuntamento dedicato al regista David Cronenberg e alle sue trasposizioni cinematografiche; questa volta, oggetto dell’analisi è il film Inseparabili (Dead Ringers, 1988), tratto dal romanzo Twins (1977) di Barri Wood e Jack Geasland, a sua volta ispirato ad un caso di cronaca (nel 1975 i corpi dei gemelli Steven e Cyril Marcus, noti ginecologi newyorkesi, furono trovati decomposti ed avvinghiati in un appartamento dell’Upper East Side di Manhattan: i due si erano suicidati con una dose letale di barbiturici).

 

 

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L’arte dell’adattamento: David Cronenberg (2)

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Langelaan, Neumann, Cronenberg: genesi di un insetto

Diretto da David Cronenberg nel 1986, il film La Mosca nasconde in realtà una genesi interessante, che ben trasmette quel senso di trasformazione e cambiamento che sarà poi mostrato sullo schermo.

La base della storia viene offerta da un piccolo racconto (The Fly) scritto da Georg Langelaan nel 1957. Sia pure con una trama diversa e con uno sviluppo divergente rispetto al film di Cronenberg, il racconto fornisce già l’intuizione del corpo mutato a causa di una scienza che ha oltrepassato i limiti del legittimo.

 

 

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L’arte dell’adattamento: David Cronenberg (1)

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Stephen King

Appunti dalla zona morta

Scrivere e/o parlare di David Cronenberg non è impresa semplice. Da quando è stato riconosciuto come uno dei registi più originali e coerenti (dote rara) del cinema contemporaneo, l’artista canadese è stato definito in svariati modi, uno dei quali (senza dubbio il più ricorrente) è “profeta della Nuova Carne”. Seppure riduttivo e abusato, il concetto aiuta a tirare le fila del cinema cronenberghiano, mettendo in luce i tratti principali della sua poetica: il terrore dell’uomo (nonché una morbosa fascinazione) di fronte alla mutazione del corpo, all’infezione, al contagio. A partire dai primi film cosiddetti “underground” (Il demone sotto la pelle, Rabid sete di sangue, Brood – La covata malefica), passando per rivelazioni assolute (Scanners, Videodrome), arriviamo al successo di critica e di pubblico con La zona morta (1983), dal romanzo omonimo di Stephen King del 1979. Pur avendo già trattato lo scrittore in relazione a Kubrick e a Shining, questo specifico caso di trasposizione, insieme ad altri (dello stesso regista) che sono seguiti, mi sembrano particolarmente interessanti, tanto da prospettare un ciclo dedicato agli adattamenti realizzati da Cronenberg per il cinema (oltre alla Zona morta, penso a La mosca, Inseparabili, Il pasto nudo e Crash).

 

 

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AMABILI RESTI (2002)

 

Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973.

Susie Salmon è assassinata da un serial killer, suo vicino di casa, che la stupra, la fa a pezzi e nasconde i resti del cadavere in cantina. A narrare gli avvenimenti che seguono la sua morte è lei stessa, imprigionata in un limbo, una sorta di Paradiso personale: la ragazza assiste alla disperazione dei genitori e dei fratelli, incapaci di rassegnarsi alla sua scomparsa, e alla quotidianità dell’assassino, sfuggito alla giustizia e pronto ad uccidere di nuovo. La scrittrice statunitense Alice Sebold ci regala un romanzo coraggioso ed emotivamente coinvolgente: la decisione di attribuire a Susie il ruolo di voce narrante contribuisce ad avvolgere la storia in un’aura straniante, quasi onirica, e guida il lettore verso una partecipazione emotiva fortissima nei confronti della sfortunata protagonista.

 

 

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SHINING (1977)

 

Il potere della luccicanza tra parola e immagine

 

“All work and no play makes Jack a dull boy”

(“Il mattino ha l’oro in bocca”)

 

 

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