C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK di James Gray (2013)

Loc GrayAl di là dei biechi meccanismi adottati dai distributori italiani per tradurre i titoli dei film – in modo da garantire maggiore appeal commerciale – c’è da ammettere che The Immigrant di James Gray, arrivato nelle italiche sale con il titolo C’era una volta a New York , non allontana del tutto la componente fiabesca (sebbene il richiamo principale rimandi a Sergio Leone) dalle proprie priorità stilistiche e narrative. Nel turbolento arrivo a New York City di Ewa Cybulski (Marion Cotillard), immigrata polacca allontanata dalla sorella (e costretta a lavorare nel sottoteatro di Bruno, mecenate e protettore) risiede il cinema di Gray: sopra ogni cosa, la presenza della città.

 

New York assume ancora una volta ruoli molteplici e mai accomodanti: è porto di mare, metropoli sconosciuta, latrice di tanfo e cerone. Glaciale e urbana, come il castello delle fiabe. E Bruno – cui Joaquin Phoenix regala, come di consueto, grazia, rabbia e carisma – possiede i chiavistelli: è al contempo Barbablù e principe azzurro, proprietario dell’intimità e del decoro della bella fanciulla. È un cavaliere frainteso, un avversario anomalo: difende la sua dama dai fumi di un prestigiatore d’accatto di nome Orlando (Jeremy Renner), come il paladino della Chanson de Geste, e – attraverso la sua fisicità del suo interprete, Joaquin Phoenix – permette a Gray di allargare ancora una volta l’orizzonte dei sentimenti sulla mirabile costruzione di un personaggio maschile. È grazie a questa lieve forma di racconto magico che il film raggiunge momenti di elevato lirismo, di grazia leggermente trattenuta e soave: per molti vicino al mélo, il film di Gray è invece da avvicinare ai raffinati limiti di quegli esercizi di stile a cui è impossibile resistere. E l’allontanamento dal mélo è stabilito nello sviluppo del rapporto tra i due protagonisti, che è prevedibilmente morboso: ma, trascendendo ogni umana inclinazione, è l’ombra della città a dettarne le leggi. Il film vive come fosse un continuo carosello deforme, nutrito dalle vicende di una storia di basiche ossessioni, ossigenato dalla presenza di una indimenticabile Marion Cotillard e, soprattutto, della polis: dopo le geometrie di Two Lovers e Little Odessa, James Gray conferma ancora una volta d’essere un grande cantore d’urbanità. E non è roba da poco.

 

Voto: 3/4