Challengers, la recensione del film di Luca Guadagnino

A cura di Francesco Pozzo

I grandi registi si autoritraggono. Difatti, se dovessimo stilare un puntuale ed efficace catalogo del Guadagninopensiero, della sua estetica, del suo sguardo sul mondo, della struttura del suo DNA artistico, nessuno fra gli otto lungometraggi girati sarebbe probabilmente più icastico di questo. Luca Guadagnino infonde visibilmente sé stesso in ogni fibra del suo lavoro: la sua filmografia è radicale e goduriosa, tattile, colta, viscerale, febbrile: è come se tutti i suoi amori e il suo sé più intimo venissero costantemente impressionati su pellicola, e mediante questi riuscissimo a delineare un’accurata schermografia dell’uomo. Un vero, grande autore.

Il suo (nostro) maestro Bernardo Bertolucci, com’è noto, sosteneva che la macchina da presa dovesse necessariamente essere una camera ad infrarossi volta a cogliere l’anima degli attori. Ecco: Guadagnino ne segue l’esempio e si spinge persino oltre, perché è come se puntasse la camera su sé stesso. Il suo è un cinema feticistico, as usual: di dettagli e feticci, appunto, immortalati sensualmente, quando non sessualmente, e che sono assolutamente fondamentali. Un cinema fatto di piedi, churros, banane, mani e corpi sudati, baci, infiniti baci (ma cosa sono, i baci di Guadagnino? Chi filma i baci così meravigliosamente, nel panorama cinematografico attuale? Chi?). Il tennis, dal canto suo, evoca immediatamente scenari hitchcockiani, e già così si parte bene: ma il vero thriller è quello dell’ambigua contraddittorietà delle umane relazioni, che è ciò che al cineasta interessa über alles, sempre (pare di vederlo, il Guadagnino, che intuisce immediatamente il profondo dinamismo cinematografico del soggetto…). Una storia di gente fucked up, persa, non semplice. Disunita, direbbe qualcuno: in balia di sentimenti complessi. L’esatto opposto di tutto ciò che è tedioso e che si è soliti definire molto stoltamente e orrendamente: “vincente”. Perfettamente nelle sue corde. Noi prendiamo. E godiamo.

Challengers è probabilmente la più entusiasmante dick fight mai vista su schermo, e il tennis è ovviamente la cartina al tornasole per parlare solo e soltanto di questo: da una parte il Patrick Zweig (!) di Josh O’Connor; dall’altra l’Art Donaldson di Mike Faist: uno spavaldo e impetuoso ma sostanzialmente sgarrupato e inconcludente; l’altro professionalmente realizzato ma insicuro e col costante bisogno di conferme e rassicurazioni materne (sussulti hitchcockiani, ancora). C’è una donna, sì, ed è una donna mantide (torna alla mente la splendida recensione di Vieri Razzini di quel sublime capolavoro che è La femme d’à côté di Truffaut), la “sfasciafamiglie” Tashi Duncan della sontuosa Zendaya (che ricorda un altro portrait of a lady stupendo, scivoloso, opaco, delicatissimo nelle sale italiane in questi giorni: quello di Julianne Moore – altro membro riconosciuto del Guadagninoverse – nel May December di Todd Haynes), che, deprivata del suo roseo futuro professionale a causa di un terribile infortunio, sopravvive tenendo le fila delle vite gli altri scontrandosi però, sistematicamente, con l’imprevedibile vulcanicità di un’amicizia maschile ondivaga, (naturalmente) omoerotica, queer (in dolce attesa dell’adattamento guadagniniano del romanzo cult di William S. Burroughs che approderà certamente al lido di Venezia) che sfida il tempo, il campo, lo spazio.

Il cinema non è una questione di stile, ma di linguaggio, direbbe eloquentemente Guadagnino: e il suo, questa volta, è un linguaggio libidinoso, testosteronico, sexy, dirty, malizioso, aggressivo, finanche greve e sfacciatamente camp, mai così antitetico alla pudicizia (l’opposto di un Call Me by Your Name, per intenderci: ogni film richiede il suo linguaggio), che troverebbe sintesi e continuazione ideale e perfetta nell’Odorama di John Waters, indorato dalla luce lussureggiante (grandi ritorni) di Sayombhu Mukdeeprom (è così forte la consonanza fra l’atmosfera e le tonalità cromatiche del rinfresco dove i due incontrano Tashi e quelle in cui Elio scruta rapinosamente l’oggetto del suo desiderio nel grande film che ha globalmente consacrato il regista, che potremmo tranquillamente ritrovarci nello stesso luogo, nello stesso ambiente, nello stesso mondo) e arricchito di eccitanti echi bertolucciani combinati a ficcanti metafore sirkiane (la furiosa tempesta che avvolge i protagonisti sublimando il loro impressionante tumulto interiore come le apocalittiche intemperie di Written on the Wind: ma insomma, cosa chiedere di più?).

Guadagnino non solo sensualizza (prevedibilmente) una racchetta imperlata di sudore (e in slow-motion: ancora più porco ed estasiante), ma rende elettrizzante finanche la stasi del tennis tout court. Challengers è il tennis senza la calma: è la trasfigurazione cristallina delle sue intrinseche battaglie psicologiche attraverso il geniale – e martellante – tessuto sonoro di Trent Reznor & Atticus Ross (dopo quello con David Fincher, un altro strabiliante sodalizio artistico) che è come una pallina indemoniata che rimbalza turbinosamente sostanziando il caos delle anime dei suoi attanti, e che non lascia tregua, scampo, respiro. Galvanizza. E il montaggio (dopo Bones and All, di nuovo Marco Costa: sensazionale), gli angoli di campo, l’euforica, tersa e inebriante lascivia con cui Guadagnino osserva e ammanta ogni cosa sono la sua forma e la sua sostanza. E la forma del cinema è il cinema (Sir Alfred Hitchcock, dicevamo): niente di più, niente di meno. La pura immagine. Sguardo. Punto di vista. Non saremo mai paghi del suo cinema. Applausi.

Voto: 4/4