CHI E’ SENZA COLPA di Michael R. Roskam (2014)

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Erano alte, forse troppo, le aspettative per il nuovo progetto firmato Dennis Lehane, scrittore dal tocco magico in grado di ispirare in passato dei mostri sacri come Clint Eastwood e Martin Scorsese (rispettivamente per Mystic River e Shutter Island). Il romanziere, qui alla sua prima sceneggiatura (tratta da un suo stesso racconto breve), ha griffato Chi è senza colpa (2015), film diretto da Michaël R. Roskam e che può vantare un cast internazionale composto da Tom Hardy, Noomi Rapace e James Gandolfini.

 

Lo scenario della vicenda è il bar di Brooklyn in cui ci lavorano Marv (Gandolfini) e suo cugino Bob Saginowski (Hardy). Non si tratta però di un luogo anonimo, ma di un ambiente designato dalla mafia cecena per lo scambio di denaro sporco. Nonostante Bob tenti di rigare dritto, il ritrovamento di un cucciolo di cane abbandonato e l’incontro casuale con Nadia (Rapace), lo rimetteranno nei guai.

Chi è senza colpa è un tipico gangster movie dalle atmosfere fredde e iper-violente, ambientato nella periferia statunitense più malfamata. Anche al cinema, l’epoca in cui a New York spadroneggiava la malavita italo-americana è dimenticata, ora tocca ai criminali di origine sovietica, molto meno umani e di conseguenza spesso sbrigativamente caratterizzati. Nonostante una messa in scena adeguata, il vero punto debole della pellicola si dimostra sorprendentemente la sceneggiatura. Il breve racconto da cui deriva il film, non è stato “allungato” a dovere da Lehane: molte sequenze, infatti, sembrano dei banali intermezzi per rimpolpare una trama che stancamente porta alla resa dei conti finale.

Un racconto marcatamente americano, che però soffre una trasposizione realizzata da un regista belga e da un cast, sicuramente in parte, ma di origine europea (tranne Gandolfini, qui all’ultima sua apparizione). Sin da subito si ha la sensazione che il progetto sia sviluppato con impegno e dovizia di particolari, senza però quello sguardo cinico e appropriato tipico di chi conosce realmente la materia che sta trattando. Per parlare di gangster spietati e vite al limite non basta essere un esperto del genere. Un esempio calzante è l’incredibile atmosfera con cui Andrew Dominik (neozelandese) è riuscito a caratterizzare il suo Cogan – Killing Them Softly. Ma quello era tutt’altro film.

Voto: 2/4