Civil War di Alex Garland, la recensione

di Valeria Morini

È davvero così lontano e inverosimile lo scenario di Civil War? La domanda è lecita di fronte al film del britannico Alex Garland che, dopo aver sondato le frontiere della fantascienza con Ex Machina e Annientamento, ci porta in una distopia poco futuristica, specie se ripensiamo all’assalto al Campidoglio del 2021. Siamo negli Stati Uniti travolti dalla guerra civile, dove milizie separatiste stanno per dare l’ultimo assalto a Washington al fine di deporre il presidente in carica. Garland sceglie però di inquadrare il conflitto dal punto di vista di quattro membri della stampa diretti alla capitale per immortalare la caduta della Casa Bianca: alla premiata fotoreporter di guerra Lee (Kirsten Dunst) e al giornalista Joel (Wagner Moura) si uniscono il veterano del New York Times Sammy (Stephen McKinley Henderson) e la giovanissima aspirante fotografa Jessie (Cailee Spaeny).

Li seguiamo nei tre giorni di viaggio da New York al fronte, in un road movie che mixa il bellico e il western, l’horror e il dramma sociale. Civil War non è un blockbuster catastrofico: non aspettatevi un kolossal di fantascienza con tripudio di effetti in CGI. Siamo piuttosto dalle parti del reportage di guerra di impianto documentaristico, dove Garland ci mostra solo una parte del complesso puzzle, senza chiarire del tutto antefatto, casus belli e ragioni dei secessionisti. Mentre lo spettatore si pone domande sulle cause e ritrova riferimenti più o meno velati alla storia statunitense, il film ci trascina in un’America tornata alla violenza della Frontiera, deprivata della tecnologia digitale e dei social (interessante il discorso sul ritorno forzato all’analogico), in una realtà lontana dall’iconografia post-apocalittica e quindi per questo inquietantemente attuale e plausibile.

Civil War è un film decisamente politico, scevro di qualsiasi giudizio, che tocca nervi scoperti dell’attualità e riflette sui diversi volti della nazione americana e soprattutto sull’etica del giornalismo, vero fulcro che viene indagato nelle sfaccettature dei quatto personaggi principali, di diverse età (gli esperti Lee e Joel, il mentore Sammy, la principiante Jessie il cui percorso formativo tra idealismo e cinismo è il perno della vicenda).

Quello di Garland è sicuramente un film da vedere, uno dei titoli indie dell’anno che conferma la A24 come capace di produrre prodotti di qualità al passo coi tempi. Date le premesse e le aspettative, tuttavia, l’impressione è di trovarsi di fronte a qualcosa che poteva essere molto più potente, a un lavoro certamente intelligente e accattivante che però decolla davvero solo nell’ultima parte, realmente impressionante, ambientata in una Washington messa a ferro e fuoco. Restano ottime le prove degli interpreti: la Dunst è in uno dei suoi migliori ruoli (il marito Jesse Plemons appare peraltro in un cameo), Moura e la lanciatissima Spaeny di Priscilla convincono mentre Stephen McKinley Henderson si conferma uno dei caratteristi più iconici del cinema americano.

La sensazione è che Civil War potrebbe essere un ottimo episodio pilota di una serie tv che vada ad approfondire tutto ciò che il film non racconta. Nella speranza che, viste la difficile situazione politica americana e le guerre in corso, la fiction non rischi di trasformarsi in drammatica realtà.

Voto: 2,5/4