Contemporaneo: The Voice of Hind Rajab e Remake a Venezia 82
di Giulia Pugliese
Nel cinema contemporaneo i generi non esistono più, ma sembra che ormai non esista più neanche il confine tra film di finzione e documentario. L’arte cinematografica abbraccia una nuova filosofia: reale, finzione e semi-realtà, tutto viene messo sullo stesso piano, in un mondo dove quello che ci sembra reale potrebbe essere finto e viceversa. Il cinema sceglie di non schierarsi e di giocare con la percezione dello spettatore, che ha sempre più accesso a prodotti di vario tipo, per lunghezze, piattaforme e modalità di fruizione.
Il pubblico è quindi molto sollecitato e necessita di essere catturato: il cinema si stratifica, diventa sempre più concettuale e lo spettatore di un certo tipo deve fare uno sforzo di concentrazione e interpretazione. L’arte cinematografica, anche per colpa dei prezzi dei biglietti, non è più un’arte popolare, ma diventa un prodotto — specie quello che esce dai Festival cinematografici — per un’élite culturale, con sempre più riferimenti alla video-arte, a quello che ci accade nel mondo e alla storia del cinema.
Negli ultimi due anni, il cinema di finzione si appropria di materiali di repertorio, personali, audio reali e immagini dalla realtà: un caso tra tutti l’italiano Berlinguer- La grande ambizione, un film indipendente che però ha saputo catturare il grande pubblico.
All’82ª Mostra del Cinema di Venezia si sono visti alcuni prodotti di questo genere, tra cui Gli uccelli del Monte Qaf, Aún es de noche en Caracas e l’ucraino Notes of a True Criminal. Sicuramente i titoli che più rappresentano questo filone sono The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania e Remake di Ross McElwee.
The Voice of Hind Rajab è stato il film “scandalo” di Venezia 2025. Non è stato un Festival in cui si è parlato molto del mondo che ci circonda: solo À pied d’œuvre e No Other Choice hanno affrontato il tema del lavoro. Tuttavia, per tutto il Festival lo spettro del genocidio palestinese ha aleggiato, anche grazie alle grandi mobilitazioni che ci sono state e agli artisti che ne hanno parlato.
Era giusto affrontare quello che la popolazione di Gaza sta passando: io direi dal 1948, ma diciamo dal 7 ottobre 2023.
Il film di Kaouther Ben Hania nasce dalla necessità di dare una voce al popolo palestinese. Per questo la regista ha deciso di usare la vera voce della bambina palestinese Hind Rajab, la bimba di 6 anni che è rimasta un intero giorno in macchina con i cadaveri degli zii, prima di venire uccisa dall’esercito israeliano la sera. Nel tentativo di salvarla sono morti anche due soccorritori della Mezzaluna Rossa: Yousef Zeino e Ahmed al Madhoun.
È un film che gioca con queste logiche di utilizzo di materiale reale, ma anche con l’idea che siamo ormai troppo assuefatti dalle immagini, che possono essere finte, mentre gli altri sensi possono ancora essere sensibili e capire cos’è reale.
Un discorso iniziato con quello che è il film sul contemporaneo per eccellenza: La zona d’interesse. Non è un caso che tra i produttori di The Voice of Hind Rajab ci sia Jonathan Glazer, interessato a portare avanti questo percorso, basato sulla percezione moderna del pubblico e sulla rivisitazione dell’orrore.
Sentire la voce di una bambina intrappolata in una macchina e vedere le foto del volto paffuto e felice di Hind è un carico di emotività che il film non riesce a gestire. È un approccio interessante usare il vero sonoro delle chiamate della bambina, anche da un punto di vista cinematografico. Ma se la gente ha bisogno di sentire, vedere e addentrarsi così tanto negli elementi vivi del genocidio palestinese, forse siamo arrivati a un punto in cui l’opinione pubblica e la sensibilità delle persone hanno un problema serio: la necessità di toccare con mano, perché i social media ci hanno portato dentro i conflitti. Il film cavalca questa esigenza. Inoltre bisogna chiedersi: l’utilizzo di materiale reale porta a una desensibilizzazione ancora più forte? C’è una linea tra sensibilizzare e impietosire.
Il film sembra girato per l’opinione pubblica occidentale, e il pensiero corre a No Other Land, alla venuta di Tony Blair che va a visitare le scuole in Cisgiordania perché non vengano espropriate dai coloni. L’Occidente ha già abbandonato i palestinesi da molto tempo.
Non è solo questo: il film, nel cavalcare quest’esigenza, sembra girato velocemente, estremamente attento nelle parole che usa — come la condanna ad Hamas —, la battuta sul postare la voce della bambina sui social o lo spiegare come funziona la catena di comunicazione per ricevere aiuti (viene
disegnato un simbolo di infinito). Il film sbaglia proprio in questa attenzione a non arrabbiarsi e a non condannare la politica internazionale. Questa eccessiva cautela si sarebbe dovuta riversare in una messa in scena più attenta e curata. L’idea di far muovere concitata la telecamera per trasmettere tensione e suspense è buona, ma poi il film semplicemente segue gli attori e non trova guizzi per portare avanti la narrazione.
Con un prodotto così si può anche tralasciare la parte strettamente cinematografica e il fatto che il film sia stato girato velocemente per essere pronto alla Mostra. Il problema è l’intento: far commuovere l’Occidente, facendo apparire i palestinesi come vittime inermi, incapaci di reagire e resistere. Perché in quella resistenza e in quella forza che il popolo palestinese ha, per l’Occidente attivista ormai il significato è “terrorista”. E allora la voce del popolo palestinese può e deve essere Hind Rajab: volto puro e delicato, ma anche chi ogni giorno compie una resistenza pacifica, come gli operatori della Mezzaluna Rossa o la popolazione civile di Gaza. Nel film sono presenti, ma non viene loro resa giustizia per come vengono interpretati. La Palestina non ha bisogno di far commuovere l’Occidente: ha bisogno che il mondo combatta per lei e che le venga riconosciuta la dignità che merita.
Remake fa qualcosa di opposto a The Voice of Hind Rajab: usa immagini di repertorio familiare, a volte togliendo l’audio, perché Ross McElwee è regista e anche narratore dell’intima storia del suo rapporto con suo figlio Adrian, morto 7 anni fa. La volontà di investigare il rapporto con il figlio, attraverso girati realizzati nell’arco della sua vita e utilizzati anche in alcuni film del documentarista, ha permesso a McElwee di comprendere che per elaborare un lutto così enorme servirà tempo. Arriva però alla profonda consapevolezza di una sua complicità nella morte del figlio. Questa maturità è commovente, ci tocca profondamente ed è allo stesso tempo lucida e accurata. Il film ha una sorta di elemento giallo, perché noi sappiamo dall’inizio — già dalla sinossi — che Adrian è morto, ma non sappiamo come. Il film riesce a toccare tante corde emotive e anche sottotemi: la volontà di fare il proprio cinema, l’esposizione dei bambini e dei ragazzi alla telecamera e la difficoltà di comprensione nei rapporti familiari.
Remake è un film difficile da descrivere, perché lavora moltissimo sulla percezione fittizia dello spettatore. Adrian ci sembra un bambino felice e un adolescente un po’ inquieto, ma nulla lascia presagire quello che accadrà. C’è una strana dissociazione nel film: quello che vediamo è repertorio cinematografico o familiare? Adrian recita negli spezzoni, sapendo che il padre è regista? È stato così tanto sovraesposto da non riuscire a vivere una vita normale? Sono quesiti a cui non avremo risposta.
Remake parte dall’idea di una proposta da parte di una grande casa di produzione hollywoodiana di fare un film di finzione del documentario più famoso di McElwee, Sherman’s March. Questo ci riporta al discorso iniziale: il confine tra personale, documentario, finzione e realtà è sempre più labile. Si parte da una storia professionale per arrivare a uno spaccato familiare, come se in realtà questa differenza non ci fosse.
C’è una scena in cui la compagna del regista, gli spiega che apparirà nei suoi film senza essere mostrata in volto, perché vuole tutelare la sua privacy. Forse questo discorso può essere riportato anche al mondo moderno dei social media: siamo tutti sovraesposti?
Il film prende un approccio diretto e forte ai problemi di Adrian: tutto viene visto e narrato, con interviste al ragazzo che parla onestamente dei suoi problemi. Questa sincerità permette che il processo interno sia reale e completo.
Il film si colloca tra Generazione romantica di Jia Zhangke, per l’utilizzo di materiale da altri film, e Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, per l’elemento del ricordo di una persona cara attraverso materiali famigliari. Il peso emotivo in Remake è molto intenso perché è alimentato dal senso di colpa e da qualcosa di innaturale, come la perdita di un figlio. Il rimpianto per non aver compreso la situazione del figlio cresce con le immagini di Adrian adulto e con l’inoltrarsi del film, fino a un finale doloroso.
È anche un film sul ricordo: la presenza della co-protagonista di tanti suoi documentari, Charleen Swansea, che soffre di Alzheimer e ricorda solo alcune cose della sua vita, aggiunge un altro livello. Il punto è: dove scompaiono quei ricordi? Il regista dice del figlio: “Non ci sei più, ma è come se ci fossi, perché sei su questi nastri”. Siamo quello che ricordiamo? Siamo quello che c’è sul nastro o altro?
Il lutto è stato trattato numerose volte al cinema, ma in questo film McElwee gli dà nuove sfumature, facendosi domande sulla percezione e la comprensione umana, intrecciandole a un’altra questione: quanto è giusto far entrare i propri cari nella propria arte? Remake diventa il momento per il regista per fare un bilancio della sua vita artistica e privata. Ma è proprio questo il punto: non c’è una divisione tra le due cose. La parte dolorosa è che Ross McElwee non sa più chi è. È un film sul lutto, ma soprattutto un film sull’identità di un uomo adulto che deve ricostruire se stesso.
Il cinema contemporaneo ci chiede uno sforzo emotivo e cognitivo, con storie che pongono più domande che darci risposte. La varietà di formati stratifica e rende complesso, ma riesce a creare nuovi modi di discutere tematiche come la guerra, l’Olocausto, l’arte e il lutto. Dobbiamo abituarci a questa complessità e accogliere la diversità dell’arte cinematografica. In questi due casi, “contemporaneo” non significa senza empatia o emotività.
Voto The Voice of Hind Rajab: ★★/☆☆☆☆
Voto Remake: ★★★½/☆☆☆☆
