Cosa sognano le pecore della Berlinale?
di Giulia Pugliese
Le abbiamo viste in tanti film del concorso, le pecore, spesso non fare una bella fine, sono la metafora perfetta per un’edizione fifona e tentennante. Se la Berlinale continua così, il prossimo anno il suo simbolo non sarà più l’Orso, ma la pecora, che poi a me le pecore stanno simpatiche e sicuramente sono meglio dei selezionatori della Berlinale.
Un’edizione che è partita male con la conferenza stampa di Wim Wenders, che afferma che “movies can change world not in a political way”, frase un po’ criptica, un po’ fascista, che denota la volontà di ricollocarsi da parte degli artisti nell’Europa nazionalista e negli Stati Uniti trumpiani.
Salvo poi che il film d’apertura della 76° Berlinale, No Good Men di Shahrbanoo Sada, fosse un film politico, per quanto anche una commedia romantica, visto che mette al centro il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan. Per poi trovarsi a premiare Kaouther Ben Hania per La voce di Hind Rajab, che giustamente ha rifiutato il premio di una Berlinale assolutamente incapace di schierarsi contro gli orrori di Israele, anche perché il governo tedesco sovvenziona il Paese, a cui è legato a doppio filo e ovviamente non può assolutamente sembrare antisemita, per ovvi motivi storici. Se non si può stare dalla parte giusta, almeno non fate gli ipocriti.
Il film che ha vinto è paradossalmente, scusa Wim qui ti contraddici, un film contro il potere e su come l’arte, per essere vera, reale e pulsante, debba schierarsi contro questo: Yellow Letters di İlker Çatak, che già aveva colpito per La stanza dei professori, mette in scena il dramma di due artisti censurati nella Turchia di Erdogan, la perfetta risposta alle affermazioni del regista tedesco. Opera che ci racconta la Turchia di oggi: tra totalitarismo, vicinanza all’Europa e la fine di piazza Taksim.
Ma le parole di Wim Wenders non sono state gli unici aspetti problematici di questa edizione: i film in concorso non erano all’altezza di un festival così prestigioso. I migliori: il vincitore, Rose di
Markus Schleinzer, A New Dawn di Yoshitoshi Shinomiya (l’anime ingiustamente penalizzato), In
Whisper di Leyla Bouzid, My Wife Cries di Angela Schanelec, Nina Roza di Geneviève Dulude-de
Celles, Soumsoum, the Night of the Stars di Mahamat-Saleh Haroun, e un Anthony Chen in stato
di grazia con We Are All Strangers.
Se poi si considera che in concorso c’erano film brutti e problematici come At the Sea di Kornél
Mundruczó (Amy Adams non è neanche venuta, si vergognava del film?) e Rosebush Pruning di
Karim Aïnouz, solo per avere un pugno di star da sfoggiare sul red carpet. Decisamente meglio le
sezioni collaterali, che sembrano più focalizzate sul racconto del mondo e più fresche, capaci di
mettere insieme novità e cinema contemporaneo, anche con cinema politico e di denuncia.
Continua a risultare problematica, senza una linea e dettata dall’incompetenza, la direzione di Tricia
Tuttle, che continua a mantenere una linea ibrida tra prodotti mainstream, prendendo quello che non
va a Cannes e a Venezia, e indipendenti, a puntare tutto sui film queer. Che effettivamente piacciono
al grande pubblico – basta vedere il successo di Heated Rivalry – ma non può bastare per il festival
tedesco.
Questi due anni di transito senza una linea sono stati dannosi per la Berlinale, che perde terreno e credibilità rispetto ad altri festival. Una linea potrebbe essere lavorare con cinematografie emergenti, puntare sulle opere prime e fare più ricerca invece che puntare sempre sugli attori famosi. Il Festival di Rotterdam potrebbe essere un buon esempio: proiezioni per famiglie e film sperimentali in concorso, puntare su diversi target. In fondo la Berlinale già lo fa con la sezione Generation, pensata per i giovani.
I festival sono in crisi perché non vanno i grandi film hollywoodiani. La Berlinale non ne ha bisogno, perché ha già trovato una formula vincente: essere un festival per le famiglie, gli spettatori e avere uno dei più grandi mercati d’Europa. Questo dovrebbe bastare, questo è già tanto. Ai festival non vanno più le star, meglio per la Berlinale piuttosto che per Venezia. La Berlinale riparta da se stessa, dal suo pubblico, dal trovare altri selezionatori e mettendo in campo più coraggio.
