Desiderio e paure nelle Filippine del 1981: In The Wink Of An Eye di Mike De Leon e Macho Dancer di Lino Brocka
di Giulia Pugliese
Il cinema filippino ha una lunga storia: nasce già ai tempi del muto e trova la sua età dell’oro negli anni ’50. È un’industria dove prodotti commerciali e d’autore si alternano, dove c’è ampio respiro per il racconto del presente, della società e anche per un cinema differente dalle logiche occidentali e dalle narrazioni convenzionali, oltre che per parlare della storia pesante del Paese. Le Filippine, dopo la dominazione coloniale di Spagna e Stati Uniti, hanno subito la dittatura di Fernando Marcos e la successiva legge marziale; ad oggi è ancora un paese con una forte migrazione e con molte disuguaglianze al suo interno, come ha raccontato il film Filipiñana, presentato al Far East Film Festival 2026.
Gli anni ’80 sono una decade fiorente per il cinema delle Filippine, che coincide con la protesta e il
seguente declino della dittatura di Fernando Marcos. Una manciata di autori come Lino Brocka e
Mike De Leon, ma anche Ishmael Bernal, Peque Gallaga ed Eddie Romero, danno vita a una new
wave filippina con intenzione e immaginario neorealista, spingendo molto i limiti del cinema. In The Wink of An Eye e Macho Dancer parlano di sfruttamento, povertà, paura, incesto, prostituzione e violenza, temi di cui ancora oggi sarebbe difficile parlare.
In The Wink Of An Eye non c’è nessun mistero: tutto viene visto e tutto viene raccontato. Subito dalla prima scena vediamo un padre che schiaffeggia una figlia. Il film è un continuo susseguirsi di violenza fisica e psicologica, fino a farci capire che c’è anche di più. Il terribile padre e suocero Dadong, interpretato dal grande attore filippino Vic Silayan, è un mostro perfetto, incapace di lasciare la figlia Mila, che sta per sposarsi perché incinta. Allo stesso tempo le donne della casa, Mila, sua madre e anche la donna di servizio, sembrano incapaci di scappare, liberarsi o tentare una qualsiasi forma di resistenza. In The Wink of An Eye non è tanto la storia e le grandi capacità attoriali dei protagonisti, che pure ci sono, ma la claustrofobia delle location: una casa dove tutta la storia si dipana, il telefono lontano dalla stanza di Mila che diventa strumento di controllo, porte senza serrature e cancelli che non si aprono. Quello dell’opera è un inferno domestico e un horror casalingo da cui sembra impossibile uscire, i tentativi di fuga sono sedati con ricatti e minacce, sono vanni gli sforzi di Mila e del fidanzato. Dadong è un prototipo universalmente riconosciuto di uomo fascista, ex forza dell’ordine e padre-padrone; le Filippine e il continente asiatico sono società maschiliste. In realtà il film ha più livelli d’analisi: la costruzione di un personaggio così si intreccia alla storia da incubo delle Filippine e del regime sanguinario che ha dominato il Paese; è un trattato sulla paura e la soggiogazione. La cinematografia di Mike De Leon, come molti altri suoi film fatti di storie di violenza, come ad esempio Batch ’81, diventa non solo capace di raccontare vissuti pesanti e brutali, ma vera e propria metafora della crudele storia filippina, intrecciando dramma e politica.
Le carriere di Mike De Leon e Lino Brocka si sono spesso intrecciate, Mike De Leon ha prodotto alcuni lavori di Lino Brocka e le loro opere si influenzano vicendevolmente. Lino Brocka è il principale autore di film indipendenti filippino del periodo di Marcos e successivamente; tutta la sua cinematografia è legata agli ultimi delle zone rurali del paese, agli slum di Manila e ai sex worker della capitale. Il regista fu spesso osteggiato e censurato nelle Filippine.

Macho Dancer racconta la condizione di sfruttamento, violenza e miseria in cui vivono i sex worker filippini, intrecciandola anche alla presenza delle basi militari USA nel paese, nel film viene raccontato che era pratica comune che i militari americani mantenessero i loro boyfriend filippini. La vorticosa storia di Paul, trasferitosi a Manila per prostituirsi e garantire alla famiglia delle entrate, mette in luce le terribili condizioni di sfruttamento sessuale. Un tassello importante di questa vicenda è anche la corruzione: spesso Paul e i suoi colleghi sono presi di mira dalla polizia, oltre alla sofferenza e al decadimento psicologico dovuti all’uso di droghe e a un ambiente di lavoro così estremo.
Macho Dancer tocca il tasto dolente della povertà; allo stesso tempo riesce a essere un’epopea fatta di immagini ammiccanti e sensualità, usando i lavoratori sessuali come metafora per la distorsione della società moderna, dove il proletariato di Marx non ha più la prole, ma il suo corpo, o come fa la madre di Paul usa il corpo della sua prole per vivere. Una società che chiede ai suoi membri di vendersi ad americani, giapponesi ed europei, come se la colonizzazione non fosse mai finita e passasse anche attraverso i loro corpi. Oltre a questo, la guerra interna del controllo dei corpi, dove chi dovrebbe tutelare gli ultimi, la polizia, invece ci lucra ed esige anche il possesso di questi.
Macho Dancer, coi suoi balletti, le scene di sesso soft e i corpi così ostentati, è quasi la rappresentazione di una macelleria dove i nostri protagonisti devono scegliere tra la povertà o essere merci: è un film dove non c’è possibilità di riscatto e, in questo, non fugge al paragone con la sua controparte americana Un uomo da marciapiede.
L’opera è un raro esempio di come si possano coniugare realismo brutale ed erotismo, con picchi
anche di disgusto per quello che viene mostrato: un crudele ritratto della vita dei sex worker della
capitale filippina e un racconto sulle disuguaglianze sociali del paese.
Voto: ★★★½/☆☆☆☆
