DETACHMENT di Tony Kaye (2011)

È dura fare l’insegnante al giorno d’oggi, specie in un liceo pubblico della periferia statunitense, panorama di (dis)umana desolazione fatta di studenti aggressivi e privi di ambizioni, genitori assenti e ottusi quando non oppressivi, professori rassegnati e disillusi. In una di queste realtà fa capolino Henry Barthes, supplente di letteratura di spiccata vocazione, che attraverso le parole di Camus, Poe e Orwell riesce a far breccia anche nel cuore dei ragazzi più difficili. Il problema è che la vita privata di Barthes è tutt’altro che serena: tormentato da una terribile tragedia infantile e da un passato familiare angosciante, l’uomo si trascina in un vissuto quotidiano disperato e privo di speranza, facendo del nomadismo professionale e del distacco dagli altri una scelta obbligata e una questione di sopravvivenza. Almeno fino all’incontro con una giovanissima prostituta e un’allieva artisticamente dotata ma immersa in un profondo disagio esistenziale.

 

 

 

 

Tony Kaye, già regista di un cult come American History X, ci regala un dramma potente e sofferto che affronta temi delicati con un’adesione chirurgica alla realtà, senza fare sconti né in termini di dialoghi, duri quanto efficaci, né di immagini, più di una volta disturbanti. Detachment è uno spaccato di rara crudezza sul disastroso sistema scolastico americano, che però resta prima di tutto il contenitore perfetto per raccontare la miseria e la solitudine di donne e uomini alla deriva, esseri umani prima ancora che insegnanti. Al centro, un personaggio immenso che sta a metà tra il Robin Williams di L’attimo fuggente e l’Alain Delon di La prima notte di quiete.

Il cast è di quelli che fanno rizzare i capelli: a un Adrien Brody nel ruolo di Barthes, intenso e capace di far trasudare in ogni momento tutta l’umana disperazione del suo personaggio, si affiancano le bravissime Lucy Liu, Marcia Gay Harden e Cristina Hendricks e un James Caan che in poche sequenze congela lo spettatore con una performance difficilmente dimenticabile. Kaye dona ancora più sostanza al tutto con una serie di autentiche testimonianze di insegnanti (che ricordano molto quelle dei disoccupati in Tra le nuvole) e soprattutto con il geniale inserimento di poetiche sequenze animate, perfette per descrivere più di tante parole il disagio, il dolore, la perdita, l’amore.

Certo, Detachment ha forse il difetto di mettere un po’ troppa carne al fuoco e si concede un pizzico di retorica di troppo. Ma resta uno dei migliori film visti ultimamente sull’insegnamento e sul disagio adolescenziale e una vetta del recente cinema indipendente americano, decisamente stimolante al contrario di una produzione hollywoodiana sempre più stanca e ripetitiva. Eppure, distribuito con anno di ritardo da una piccola e coraggiosa casa (Officine Ubu) che non ha certo il potere dei grandi distributori, esce in un periodo letale per il cinema in Italia, ironia della sorte quando la scuola è già finita (del resto, sorte ancora peggiore toccò a un film del 2006 dal tema analogo, Half Nelson con Ryan Gosling, mai arrivato sui nostri schermi): si rischia così di uccidere il potenziale successo di un film solido e potente che potrebbe (e dovrebbe) avere un grosso impatto anche su un pubblico giovanissimo.