Disclosure Day, la recensione: Steven Spielberg torna a parlare di alieni (ma soprattutto di noi)
di Valeria Morini
Da 50 anni Steven Spielberg ha un grande amore: la fantascienza che parla di extraterrestri. Era il 1976 quando batté il primo ciak di Incontri ravvicinati del terzo tipo, che sarebbe uscito in sala l’anno dopo. Nei cinque decenni successivi sono seguiti E.T. (ovvero la straordinaria trovata di fondere sci-fi e film per famiglie in uno dei prodotti più emozionanti della Storia del cinema) e La guerra dei mondi (dove stavolta gli alieni sono cattivi), senza dimenticare la loro fugace ma significativa apparizione in A.I. – Intelligenza artificiale e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo e la produzione di serie come Taken e Falling Skies. Nel 2026, Disclosure Day celebra questo “anniversario” e questo amore per il genere facendosi corollario di tutto il cinema del più popolare cineasta americano vivente.
Inizia in medias res Disclosure Day, trasportandoci d’impeto nella più classica delle epopee complottiste con i poteri forti americani (in questo caso un’agenzia privata legata a filo doppio con la Difesa) che tentano in ogni modo di nascondere decenni di contatti segreti con una razza aliena e un gruppo di “ribelli” decisi a svelare la verità al mondo. I personaggi chiave sono l’informatico Daniel (Josh O’Connor) e la meteorologa Margaret (Emily Blunt), “eletti” dagli extraterrestri stessi per la rivelazione destinata a sconvolgere il mondo.
Gli alieni, in realtà, sono quasi assenti, perché, come sempre, ciò che interessa a Spielberg è usarli come veicolo per parlare dell’umanità: Disclosure Day è un film sulla ricerca della verità e soprattutto sulla volontà e la capacità di credere. Temi filosofici e religiosi e una riflessione sulla capacità degli esseri umani di gestire la conoscenza sono la solida base di un film complesso e difficile da spiegare in poche righe, ma che al tempo stesso resta vocato all’action e all’intrattenimento puro.
È una corsa continua all’autocitazione dei suoi precedenti film quella che Spielberg ci sottopone dal primo all’ultimo minuto, forse perché, dopo l’autobiografia intimista di The Fabelmans sulle sue origini, sente che alla vigilia degli 80 anni è tempo di ripercorrere la sua filmografia con un occhio tenero e nostalgico. O forse per ricordarci che nessuno più di lui ha saputo trasformare l’action in Cinema con la C maiuscola. In Disclosure Day riecheggiano così idee visive e suggestioni dai suoi film più spettacolari, come gli Indiana Jones, ma anche cenni a quelli più politici, come The Post (vedi la rappresentazione del mondo del giornalismo televisivo).

Ci sono poi i Grigi, gli inconfondibili esseri spaziali con il corpo esile e le enormi teste, quelli che abbiamo visto in tanti film, in varie serie tra cui soprattutto X-Files (così debitrice del cinema di Spielberg), nelle t-shirt e nei filmati fake spacciati per autopsie di alieni degli anni 90: ebbene, l’iconografia di queste creature extraterrestri così come la conosciamo nasce proprio con Incontri ravvicinati del terzo tipo, che ha dato forma e immaginario visivo a questi famigerati Reticuliani teorizzati dalle cronache ufologiche, rendendoli addirittura icone pop.
Dunque, Disclosure Day è uno Spielberg in purezza – musiche di John Williams comprese -, una summa della sua poetica inguaribilmente sognatrice che usa la metafora del contatto alieno per ragionare sulla natura umana, sull’accoglienza dell’altro e su dove sta andando il mondo (non è un caso che lo scenario del film sia una Terra sull’orlo della terza guerra mondiale). Ma il film è davvero riuscito fino in fondo? Al di là della durata eccessiva che avrebbe giovato di qualche asciugatura (ma ormai le 2 ore e 25 sono una lunghezza finanche modesta per gli standard del blockbuster contemporaneo), di alcuni buchi di sceneggiatura e soprattutto di una CGI fatta malissimo, la pellicola funziona bene per circa due terzi di adrenalina pura, con O’Connor e Blunt molto intensi, Colin Firth ottimo nei panni del tipico villain (non troppo cattivo) spielberghiano e facce interessanti nei personaggi di contorno (Colman Domingo, Eve Hewson, Wyatt Russell).
La parte finale, purtroppo, non si rivela però all’altezza delle aspettative che il resto del film aveva fatto crescere. E sorprende per ingenuità: in un mondo in cui ogni giorno escono milioni di video manipolati o creati con l’intelligenza artificiale e la differenza tra realtà e fake si fa sempre più sottile, pensare che dei filmati possano essere considerati dal pubblico autentici e rivelatori è un assunto tutt’altro che convincente. Il colpo di scena finale, che non spoileriamo, è poi ancora più assurdo e francamente incongruente. Insomma, i difetti ci sono, ma non per questo smetteremo di voler bene a Spielberg, il cui ottimismo in un mondo di cinici e la cui capacità di credere ancora alla magia del cinema sono così coriacei da essere commoventi.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
