DISCONNECT di Henry Alex Rubin (2012)

disconnect-locandinaArriva un po’ in ritardo nelle nostre sale questo film passato Fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia 2012 e diretto dal documentarista Henry Alex Rubin, al suo esordio nella fiction. Nel cast, volti non popolarissimi ma decisamente interessanti, come Jason Bateman (Juno, Tra le nuvole), Alexander Skarsgård (Melancholia) e Andrea Riseborough (Doppio gioco).

Dramma di impianto corale, la pellicola intreccia tre diverse storie collegate tra loro e unite da un unico tema: l’incomunicabilità umana e interpersonale, resa ancora più paradossale in un’era in cui la tecnologia consente (o impone?) una comunicazione virtuale intensiva.

Un avvocato troppo preso dal lavoro non riesce a rendersi conto dei problemi di socialità del figlio preadolescente, vessato da due cyber-bulli; una coppia in lutto per la morte del loro bambino rischia la rottura perché la moglie preferisce cercare sollievo nell’apparente rifugio di una chat clandestina; un’ambiziosa reporter televisiva entra in contatto con un giovane gigolò conducendo un’inchiesta nel mondo dei video hard.

Schermi di pc, tablet, smartphone: viviamo costantemente connessi e smanettiamo in continuazione su tastiere e touchscreen, forse anche per cercare nel device ipertecnologico un’estensione di noi stessi e nei social network una proiezione della nostra esistenza. Ma il pericolo non è quello di vivere un surrogato della vita vera, mettendo a rischio i rapporti autentici? È questo lo spunto di Disconnect che, nonostante qualche punta di retorica che emerge soprattutto nell’eccesso di ralenti del climax finale, è un’interessante riflessione sul progressivo inaridimento dei sentimenti nell’epoca contemporanea.

Certamente debitore della struttura a incastri del Crash di Paul Haggis, asciugato della tragicità delle opere corali di Iñárritu, potrebbe sembrare moralista nel voler evidenziare i pericoli che si celano nella rete e nell’utilizzo sbagliato dei dispositivi elettronici; in realtà, a interessare al regista è soprattutto un’eplorazione della natura umana.

Il dolore, la noia, la mancanza di un vero affetto: sono sempre gli stessi i problemi e i difetti che ci portano a fare del male a noi stessi e agli altri. La gigantesca rete virtuale di pixel e interconnessioni che ci circonda non fa altro che acuire la nostra solitudine.

In definitiva, un’opera non eccelsa, ma sincera, intensa, ben recitata da tutti.

 

Voto: 2,5/4