DISOBEDIENCE di Sebastián Lelio – La recensione

Disobedience, di Sebastian Lelio - SentieriSelvaggi

Disobedience è un film drammatico e una straordinaria storia d’amore, diretto dal regista cileno Sebastian Lelio, già affermatosi sulla scena internazionale con Gloria del 2013 e con Una donna fantastica, premio Oscar 2018 al miglior film straniero. La sceneggiatura è stata scritta dal regista stesso insieme a Rebecca Lenkiewicz, ed è tratta dall’omonimo romanzo di Naomi Alderman del 2006. La storia è ambientata nella Londra contemporanea e ci racconta il ritorno di Ronit (Rachel Weisz), in occasione del funerale del padre (il rabbino), nella comunità ebraica ortodossa di cui un tempo faceva parte. Per l’occasione, rivede Esti (Rachel McAdams), suo antico amore e ora sposata con Dovid (Alessandro Nivola). Il re-incontro porterà a galla un amore non sopito e una serie di problematiche, per il trio, tutte da affrontare ed elaborare.

L’incipit del rabbino durante una funzione religiosa (“In principio c’erano gli angeli, le bestie e gli esseri umani”), ci indica i temi portanti di questo film: nella dicotomia tra angeli e bestie, tra la superiorità del dogma e della sicurezza in opposizione alla libertà di scelta e all’amore, si dibatteranno i tre protagonisti, per fare emergere una umanità profondamente sfaccettata e dolorosamente autentica.

Il regista fa centro, con una storia attenta e delicata sui problemi dell’emancipazione femminile, ma al contempo asciutta e mai banale, che sicuramente non fa concessioni a scontate risposte rassicuranti. Il libero arbitrio, il tema della scelta individuale a prescindere dal contesto (che avrebbe benissimo potuto essere qualsivoglia tipo di dottrina di stampo rigidamente patriarcale), mette l’amore (religioso, romantico, umano) come punto di partenza per qualunque tipo di soluzione onestamente possibile. La forza e l’energia visuale di Lelio si manifestano in un crescendo di tensione, con una regia misurata e sottotono nella prima parte, in attesa dell’accelerazione caotica e catartica nella seconda. La canzone Lovesong dei Cure diventa l’emblematica portavoce (diegetica e non) della tormentata storia d’amore tra Ronit e Esti. Le due fantastiche protagoniste ci regalano dei ritratti al femminile potenti e fragili insieme, portatrici di un messaggio di sensibilità umana e di libertà fuori da ogni dogma, religioso e non.

Voto: 2,5/4