DOPPIO GIOCO di James Marsh (2012)

Doppio Gioco locandinaDa anni, sia la cinematografia delle isole britanniche che quella americana si interessano al conflitto politico che ha insanguinato l’Irlanda del Nord: una guerra sporca e decennale, da qualcuno banalmente ridotta a mera rivalità religiosa, su cui anche saggisti, reporter e scrittori hanno versato fiumi d’inchiostro. Una pagina storica che si presta molto alla resa sul grande schermo: pensiamo a film come Nel nome del padre di Jim Sheridan, L’ombra del diavolo di Alan J. Pakula o il recente Hunger di Steve McQueen, solo per citare i titoli più noti.

Ci parla dell’Ulster anche James Marsh, più noto come documentarista che come regista di fiction (suo il premiatissimo Man on Wire), che ci porta nella Belfast del 1993, stretta tra il lento e difficile processo che porterà alla pace e le ultime lotte degli irriducibili dell’Ira.

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Visto nel 2012 al Torino Film Festival, Doppio gioco (titolo che traduce piuttosto banalmente l’originale Shadow Dancer) è una storia di intrighi e tradimenti, ma il suo aspetto più interessante consiste nel fatto che il tutto venga raccontato da un punto di vista femminile, quello della protagonista Collette. Interpretata da un’intensa e convincente Andrea Riseborough (vista di recente in Oblivion), la donna ha alle spalle il trauma di un fratellino ucciso e fa parte di una famiglia affiliata all’Ira: arrestata a Londra, viene convinta da un agente dei servizi segreti inglesi (Clive Owen) a diventare un informatore. Pur di non perdere la libertà e soprattutto la custodia del figlioletto, Collette si troverà così a tradire la sua causa e a mentire ai suoi stessi familiari, rischiando in ogni momento di essere scoperta e uccisa dall’Ira e diventando nello stesso tempo una pedina manovrata dagli inglesi.
Più che parlare del contesto irlandese, ciò che interessa veramente al regista è raccontare il conflitto interiore del personaggio e le dinamiche all’interno della famiglia, sebbene la ricostruzione storica abbia la sua importanza (decisamente suggestiva la sequenza del funerale). Nonostante ciò, il film può dirsi solo in parte riuscito, in quanto la regia di Marsh non riesce mai a coinvolgere ed emozionare fino in fondo lo spettatore.
Anche la scelta del cast non è priva di difetti: se della performance positiva della Riseborough si è già detto, Clive Owen offre dal canto suo una prestazione decisamente imbalsamata e poco adatta al ruolo; i nostalgici di X-Files, d’altra parte, ritroveranno con gioia Gillian Anderson, attrice inglese nota soprattutto per il ruolo dell’agente Scully nella storica serie tv.
Tutt’altro discorso va fatto per quanto riguarda il finale: senza spoilerare, possiamo solo dire che il regista non poteva trovare conclusione migliore. Perché, alla fine, il sangue non è acqua, e torna sempre a riscuotere i propri debiti.

 

 

Voto: 2/4