Dune – Parte Due, la recensione del film di Denis Villeneuve

Di Francesco Pozzo

C’è qualcosa di così profondamente non cinematografico, nel Dune di Denis Villeneuve. Qualcosa che è cristallinamente sintomatico di un problema serio e non certo nuovo: la serializzazione del cinema. Cioè a dire come il linguaggio del cinema, prevalentemente mainstream, venga contaminato da quello delle serie televisive nella forma, nei ritmi, nel contenuto (quando c’è), rifuggendo come una pestilenza una qualunque parvenza di compiutezza: tutto deve continuare ad infinitum, e tutto si regge su ciò che è stato e/o verrà dopo (a tal proposito, e per restare in tema Villeneuve, si veda anche il deludentissimo sequel di Sicario del nostro Stefano Sollima, che grazie a Dio è tornato in patria con Adagio).

Dune (2021) – semplicemente un brutto, asfittico e spossante film -, tratto dalla prima sezione del (troppo?) celebrato romanzo-monstre di Frank Herbert, di questa tendenza era paradigmatico: visivamente amorfo, plumbeo, sterilmente geometrizzato, senza pathos né meraviglia (non ci è mai mancata così tanto, l’ammaliante, conturbante magia del deserto di Lawrence d’Arabia), scritto male, fastidiosamente pomposo e privo della benché minima ironia (per tacere dell’immaginazione…), ammantato d’una seriosità fredda, ostentata e indigesta e popolato da villain e personaggiucoli triti e monodimensionali – e Timothée e luccicante cast poco potevano e possono – che si muovono spaesati snocciolando con fare solenne spiegoni molesti e turgidissime illustrazioni di legami o eventi già accaduti o che si verificheranno chissà quando (ma è mai possibile che allora come oggi, 2024, non s’è ancora capito che al cinema le cose bisogna mostrarle?), nonché, dulcis in fundo e immancabilmente, dal gargantuesco super cattivone arcigno/gelatinoso/ringhiante che pareva uscito dall’ancor più esiziale Risveglio della forza di abramsiana memoria, col grande Stellan Skarsgård che scimmiottava il colonnello Kurtz passandosi la mano sulla pelata e suggendosi le dita (per di più identico, se proprio vogliamo, a Brando nell’Isola del Dr. Moreau: per i neofiti, non il più lusinghiero fra i parallelismi).

Cinema senza vita, nato morto, incolore, omologato. Seriale, per l’appunto. Lo scrupoloso opposto, insomma, di quel Blade Runner 2049 che è tutt’oggi una delle cose più interessanti e indovinate messe a punto dal canadese (e che aveva dietro, non a caso, il genio di Roger Deakins, che male non può fare).

Qui, lo chiariamo subito, le cose vanno meglio, ma con moderazione: perché la tediosa e sconfortante percezione di assistere, ancora una volta, ad una telenovela da 200 milioni di dollari (girata in digitale ma presentata – anche – in 70mm: un giorno qualcuno dovrà spiegarci il senso), è opprimente. Nella parte introduttiva, in particolar modo, d’ambientazione pressoché identica a quella del precedente capitolo, regna la noia suprema e indiscussa, con Villeneuve che gioca sul sicuro con l’usuale fotografia sfolgorante e curatissima dell’eccelso Greig Fraser che, rifacendosi a Deakins (rieccoci), alterna squarci di colore rosso e oro a interni lugubri e opprimenti fra lo spettro del blu e dell’antracite di sicura efficacia; la seconda, però, con l’arrivo d’una nutrita serie di personaggi generalmente più intriganti e definiti come quelli di Austin Butler o Christopher Walken (un minuto e si mangia tutti), è tangibilmente più interessante, pur vigendo costantemente il non poco sgradevole sentore che anche le scene più “a effetto”, come il combattimento gladiatorio in un’arena bianco-perlacea, invecchieranno dopodomani.

Il fatto è che Villeneuve è senza dubbio un abile, preparato e scrupoloso esecutore: ma non possiede fantasia (ora, va bene che il Dune 1984 – colpa dell’ingorda miopia di De Laurentiis – è la débâcle epocale ben nota a tutti: ma pensate un momento all’estro figurativo geniale di David Lynch, plasticamente vibrante persino in quel magma kitsch e disarticolato, e fate voi il confronto). Inoltre – e questo problema, nel primo segmento, era davvero manifesto; qui meno -, non è in grado di girare le sequenze d’azione, se non attraverso i canonici e ripetitivi schemi. Da esecutore, appunto.

I temi, poi, sempre quelli sono, altisonanti e generici: si alternano per l’ennesima volta gli usurati canovacci della tragedia greca, scespiriana ed elisabettiana, fra Edipo, violenze e intrighi di corte, all’epica omerica e cavalleresca fino al sempreverde racconto biblico che già fu di Matrix intrecciato agli attuali e scottanti temi di ecologismo, suprematismo, femminismo, etnocentrismo: il tutto perennemente accompagnato da esilissimi e mal riposti platonismi da discount. Tutto già visto, naturalmente: e meglio. Molto. Soprattutto, con sguardi e messe in scene che Villeneuve, che fatica a gestire una materia così magmatica, eterogenea e complicata, si sogna.

Peccato. Perché, come detto, da quella seconda parte la narrazione un pochino migliora, e sembra quasi che il film – se c’è – possa spiccare il volo. E se parlare di tensione o reale coinvolgimento sarebbe certamente eccessivo, bisogna ammettere che, nel (lungo, troppo) finale, qualche assist visivo notevole capace di trascendere la complessiva mediocrità splendidamente confezionata del resto (penso alle geometrie del combattimento conclusivo, sotto il sole calante), Villeneuve lo riesce ad infilare. Eppure, la sensazione di sterile e fagocitante incompiutezza continua a prevalere su tutto. To be continued. Naturalmente.

Voto: 2/4