Eddington di Ari Aster, la recensione

di Valeria Morini

Al suo quarto film, Ari Aster destabilizza ancora una volta, ma lasciandoci incerti sul percorso cinematografico che il regista newyorchese sta intraprendendo. Salutato come uno dei nuovi imprescindibili Maestri dell’horror in virtù di Hereditary e Midsommar, il cineasta aveva poi virato sul fronte della black comedy con l’estenuante passo falso di Beau ha paura e resta ora nell’ambito della satira con Eddington, che vorrebbe essere un saggio sull’America contemporanea fagocitata dalle sue divisioni politiche, sempre più vittima di se stessa.

Quando il genere si fa metafora di una condizione, di un Paese o dell’attualità, il cinema è sempre un linguaggio affascinante e fondamentale per comprendere la nostra società. Ma in Eddington non c’è allegoria: il film è sin troppo esplicito nel voler fotografare le contraddizioni degli Stati Uniti al tempo del coronavirus (siamo a maggio 2020) nella bizzarra e amorale lotta solitaria di uno sceriffo del New Mexico (Joaquin Phoenix).

La carne al fuoco è tantissima: lockdown, nevrosi da Covid, negazionismo, paranoie collettive, complottismo vari. E pure i movimenti Black Lives Matters e Antifa, supremazia bianca, fake news, abusi e tanto altro. Se Beau ha paura era surreale e (sin troppo) simbolico, qui siamo in un realismo quasi cronachistico che vuole rileggere una recentissima pagina storica.

L’ambientazione è l’immaginaria cittadina di Eddington, microcosmo che rappresenta l’intera nazione e che si situa nel paesaggio del sud ovest americano. Ma il film di western ha ben poco (se non nel finale), parte con una mezz’ora abbastanza moscia, svolta decollando finalmente ma si rivela essere un film decisamente troppo lungo (2 ore e 25 la durata: possibile che continui a persistere questa mania del minutaggio eccessivo?). Eddington condensa una tale quantità di situazioni e spunti che finisce per essere, più che il caleidoscopio politico che vorrebbe essere, un calderone delle follie di oggi sostanzialmente confuso, traboccante e raffazzonato.

Ogni elemento di questo pout purri è guardato con distanza nell’intento di canzonare questa società impazzita, ma col risultato di mostrare, sostenere, raccontare tutto e il contrario di tutto. Così, il green data center che i potenti vogliono costruire è un danno all’ambiente, dei nativi non frega niente a nessuno, le proteste pro-minoranze sono fatte da ragazzini non davvero convinti, il web è una cloaca di complottismi e influencer pericolosi. Insomma, non si salva nessuno. Nel deridere tutto, però, Aster non fa altro che banalizzare temi su cui bisogna riflettere, rendendo scontato e poco originale quello che vorrebbe essere una satira lucida.

E la lotta a due tra lo sceriffo che si candida a sindaco e l’attuale primo cittadino (Pedro Pascal, non un vero co-protagonista dal momento che resta in scena una manciata di minuti) non si riduce ad altro che alla stupida bega tra due uomini stupidi per questioni personali e sentimentali, con la successiva degenerazione che convoglia nell’immancabile e progressivo bagno di sangue. La regia tira fuori qualche zampata nella parte finale e Phoenix è come sempre eccelso, ma Eddington è, in definitiva, un (non) western/thriller scarso e con poco mordente, con alcuni personaggi mal scritti (in primis l’inutile e bidimensionale Emma Stone e il caricaturale Austin Butler) e che non riesce mai a colpire veramente nel segno come film politico. L’America che ci mette davanti è davvero inquietante e tragicomicamente grottesca, ma come spettatori ci meritavamo altro. Non basta limitarsi a rappresentarla senza empatia (per quello basta accendere il tg o guardare Internet): il cinema deve essere qualcosa di più. E forse Aster dovrebbe tornare alle origini, per mostrarci fino in fondo il suo talento.

Voto: ★★/☆☆☆☆