EDUCAZIONE SIBERIANA di Gabriele Salvatores (2013)

 È difficile sedersi in sala senza pregiudizi attendendo una pellicola italiana che, nonostante i 9 milioni di budget e il cast impreziosito da star del calibro di John Malkovich, non è stata accettata al Festival di Berlino (nemmeno nelle sezioni collaterali). Si potrebbe campanilisticamente pensare che i tedeschi, abituati a snobbarci, abbiano usato lo spread come unità di misura. In realtà, non più di un anno fa una coppia di arzilli vecchietti italiani sollevava l’Orso D’oro per Cesare deve morire; mentre quest’anno un certo Tornatore è riuscito a presentare al festival teutonico la sua ultima fatica (La migliore offerta). Ma non facciamoci influenzare: Educazione Siberiana diretta dal premio Oscar Gabriele Salvatores va quantomeno vista prima di essere giudicata.

Il film è tratto dall’omonimo libro di Nicolai Lilin edito da Einaudi. Il romanzo è un dettagliato resoconto dei riti e delle usanze in voga nella comunità criminale siberiana vissuta a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Il tutto viene narrato attraverso gli occhi del piccolo Kolima, bambino cresciuto tra i criminali onesti e le loro tradizioni. Salvatores riscrive in parte il racconto e incentra la trama sull’amicizia tra il protagonista e il suo coetaneo Gagarin, un rapporto che diventerà presto triangolo al comparire della bella disabile Xenja.

 

Mai pregiudizi furono più fondati. L’opinione iniziale, dopo la visione della pellicola, potrebbe apparire eccessivamente clemente. Da un regista che ottenne un Oscar per Mediterraneo e che diresse buoni film come Marrakech Express, Nirvana o Io non ho paura, non ci si sarebbe mai aspettato un tale risultato. Gabriele Salvatores ha qui compiuto una delle peggiori operazioni che il cinema italiano ha visto da anni.

 

Il punto di forza del romanzo di Lilin è stato totalmente aggirato: la violenza e l’educazione narrate nei minimi dettagli dallo scrittore russo naturalizzato italiano hanno lasciato spazio a una sdolcinata trama che per l’ennesima volta narra una vicenda di amicizia, amore e sofferenza. Non c’era alcun bisogno di girare al freddo lituano ciò che le fiction di Rai Uno hanno per anni raccontato il sabato in prima serata. La violenza di un’infanzia tra pistole e santini si è persa nella nebbia di rapporti interpersonali messi in scena malamente.

 

Le location, la fotografia e soprattutto le musiche diffondono in sala la sensazione di trovarsi di fronte a un opera di principianti, inesperti cineasti che amatorialmente e con pochi mezzi cercano di sbarcare il lunario. Purtroppo non è così. Inoltre la scelta di affidare i tre ruoli principali ad attori alla prima esperienza è un errore che va consolidandosi con il passare dei minuti. Gli esperti Malkovich e Peter Stormare, gli unici che avrebbero potuto sorreggere la precaria impalcatura costruita da Salvatores, vengono relegati in secondo piano.

 

Il regista ha dichiarato: “Questo è un progetto inusuale per l’Italia, il film che preferisco di più tra quelli che ho fatto. Dobbiamo provare a pensare l’Europa in modo culturale, non solo per la Merkel e lo spread”.

In certi casi è meglio pensare culturalmente entro i nostri confini. Questo è uno di quelli.

 

Voto: 1/4