IL CLUB di Pablo Larrain (2015)

 

Cile. Quattro sacerdoti scomunicati si ritrovano reclusi in una vecchia casa come penitenza per i loro peccati. A seguito del misterioso suicidio dell’ultimo prete arrivato, Padre Lazcano (Jorge Soza), il giovane Padre Garcia (Marcelo Alonso) indaga per scoprire la verità e chiudere la casa per sempre, ma si scontra con il silenzio degli inquilini.

Presentato in concorso al 65° Festival di Berlino dove ha vinto l’Orso d’argento del gran premio della giuria, Il Club è il quinto film dell’acclamato regista cileno Pablo Larrain, che dopo aver raccontato le profonde contraddizioni politiche e sociali del passato del proprio Paese nella trilogia composta dai film Tony Manero, Post Mortem e No – I giorni dell’arcobaleno, sceglie di realizzare un complesso e ambizioso dramma che si impegna a scandagliare i lati più oscuri dell’umanità che mette in scena.

Girato con un digitale volutamente sfocato per accentuare il senso di alienazione della vicenda, con Il Club Larrain firma un’opera asfissiante e claustrofobica che imprigiona i personaggi coinvolti. Merito di una regia che stringe sui volti e che esaspera il primo piano, quasi ad affermare prima di tutto il dolore e la pesantezza materiale del corpo, rispetto a un presunto senso di colpa spirituale.

Il film infatti è una pellicola sul senso di colpa o, più precisamente, sul suo mancato riconoscimento: è questo il dilemma che attanaglia i quattro sacerdoti ospiti obbligati della casa/prigione. Uomini che hanno tradito la vocazione e si sono macchiati di varie colpe nei confronti della Chiesa ma che non accettano di esserne colpevoli. Larrain li riprende nella loro gabbia morale quotidiana, mentre una narrazione da thriller prosegue nel silenzio.  

Il regista rischia molto toccando in maniera diretta tematiche spinose come la pedofilia nel clero, l’etica sacerdotale, la sessualità repressa, Dio e lo stesso Cile, sorta di ossessione dell’autore che con questo lavoro racconta, in maniera forse più sottile e politicamente meno esplicita, di un altro spaccato della sua nazione d’origine, divisa tra un progressismo sempre più cercato e un retaggio dal passato ingombrante e arduo da cancellare. Però forse Larrain sbaglia per difetto, parlando di tantissime cose e stimolando lo spettatore ma non trovando un vero centro al proprio racconto, che riesce ad inquietare più per la rappresentazione silente e quasi da horror che fa dei personaggi e dell’atmosfera che li circonda, che non con la normale progressione della sceneggiatura.

Si resta allora con il fascino disturbante di una pellicola dalla potenza greve, e che trasmette un grande senso di violenta solitudine per l’uomo, unito a un registro cinico e quanto mai cupo, ma con il dubbio di una trama un po’ a tesi nello sviscerare l’inesorabile crollo degli ideali di una società, e più in generale di un mondo che è si è reso muto e complice del male.

Voto: 2,5/4