El Conde di Pablo Larraín, la recensione

“Anibal: yo soy asì. Estoy sempre piensando si la cosas estan bien o estan mal. Y por supuesto, siempre opto por el bien” Ema: ”Bueno, entonces hay un problema porque yo soy el MAL” Ema (2019)

Nel mondo che ci presenta Pablo Larraín, il bene ha già perso. È un mondo dove la brama di potere, la crudeltà, la stupidità e la perversione imperversano. Il film inizia in un mondo in bianco e nero dai colori seppia (lo stesso tono usato dal regista per un video musicale del 2013 del gruppo “Eletrodomesticos” della canzone “Detras del Alma”), la scelta è azzeccata perché ci da l’idea di vecchio come il personaggio che lo abita: Augusto Pinochet vampiro. Il generale è un uomo stanco della vita dopo ben 250 anni ad aiutare i peggiori genocidi e le dittature più sanguinolente e a compiere i crimini più efferati. Il vecchio vampiro si sta affamando per morire e arriva la sua famiglia al suo capezzale creando momenti esilaranti.

Il film di Larraín parte con un idea molto forte: disumanizzare il male, che per il regista è sempre stato il dittatore del Cile, e renderlo un mostro, sennò come sarebbero possibili: i 3.508 morti, le persone che venivano fatte precipitare dagli aerei, le 28.259 vittime di torture, nonché – forse ben più grave – la soppressione del sogno socialista del Cile di Salvador Allende (come è ben spiegato ne La Casa degli spiriti” di Isabel Allende). Pinochet come emblema del male che diventa cacciatore di sangue, che distrugge la vita e il suo pulsare, infatti predilige succhiare il sangue a giovani donne.

L’idea che muove il film è molto forte, fantasiosa ed è una metafora ricca di passione. Ma anche difficile da governare, Larraín ha sempre detto che lui non è un regista a cui piace controllare tutto, ma che a volte si fa trasportare dall’istinto. Il film ha un inizio folgorante e l’arrivo di quella che dovrebbe essere la nemesi del Conde è ricca di scene religiose che potrebbero ricordare Sorrentino, ma anche un certo cinema di Buñuel, richiamato anche nelle parti più parodistiche.

La fotografia e le belle immagini rimangono (specie sulle scene di volo siano esse cupe o trasognanti), ma il film si perde e non riesce a tenere un registro chiaro: a tratti parodia e a tratti crudele, prendendo una direzione non chiara, rimane innocuo e l’idea tanto potente perde forza. Il film calca la mano in inventive scabrose come i dettagli sull’aiutante del Conte (un moderno Renfield russo, che già ai tempi delle dittatura lo aveva aiutato, che ha il volto famigliare dell’Alfredo Castro di Tony Manero, attore feticcio di Larraín) e nel rendere più stupidi possibili i figli di Pinochet (anche se alcuni dialoghi sono veramente divertenti e servono anche a capire meglio i crimini di cui si è macchiata la famiglia durante la dittatura).

Inoltre il film dà pochissimo contesto storico dando per scontato che tutti conoscano la storia sudamericana. Si spera che il film possa aiutare i cileni alla creazione di una memoria storica, dove non sia un tabù parlare della dittatura, infatti nonostante la narrazione atipica, il film può includersi nel nuovo filone di film sudamericani, di solito ben più lineari come gli argentini Argentina, 1985 (2022) di Santiago Mitre e El rapto di Daniela Goggi (2023), passato anch’esso per la Mostra del Cinema di Venezia, ma anche nei primi lavori di Larraín Tony Manero, Post mortem e No-i giorni dell’arcobaleno, dove si partiva da narrazioni personali per parlare della dittatura di Pinochet.

El Conde ha comunque il merito di rientrare in quel filone – senza però fare un film di inchiesta, un film storico o un docu-film – e di riprendere la volontà di investigare la storia cilena, di parlarne, di riportarla agli occhi di tutti, trovando però metodi narrativi nuovi, creativi e maggiormente avvincenti per un certo pubblico. Proprio in un momento storico, dove grazie al governo socialista di Gabriel Boric, il Cile si ritrova ad analizzare il suo passato.

Il film poteva davvero essere una svolta per il regista cileno perché rappresenta un ritorno alle origini dopo il suo passaggio ad Hollywood con Jackie (2016) e Spencer (2021), ritorna a una storia cilena, con gli attori dei suoi primi film, tematiche vicine alla trilogia della dittatura, ma con le numerose possibilità hollywoodiane date da Netflix. Il film doveva costituire un nuovo tassello nella filmografia del regista cileno, ma un’idea così accattivate avrebbe meritato una migliore trasposizione.

Lo stesso Pinochet vampiro non risulta veramente cattivo o sfaccettato, risultando così innocuo o fumettistico, ed è questa la maggiore problematica del film. Come diceva Hitchcock, “più riuscito il cattivo, più riuscito il film”. La sua nemesi, la suora fiscalista, per quanto riesca ad affascinare tutti nel film, tanto da far aprire ogni personaggio a raccontare le sue più torbide bassezze, i segreti più cupi e le verità rimane un personaggio di contorno, è una bella che non balla, non riusciamo a provare né simpatia, né empatia e neanche a capire le sue scelte. Stessa cosa per la famiglia di Pinochet che appare troppo macchiettistica per essere reale.

Il film paga lo scotto di rifarsi ad un certo cinema post-moderno come Everything Everywhere All At Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert o Titane di Julia Ducournau, che è convinto che per essere accattivanti per lo spettatore, non basti portare in scena un idea chiara, ma che ne servano almeno 10! Così film potenzialmente buoni diventano dei pasticciacci pieni di idee messe assieme senza un filo conduttore. Alla fine bisogna però ammettere che il colpo di scena finale con l’arrivo di un personaggio è veramente geniale.

Il film non è da due stelle, per la messa in scena (bella fotografia, bravi attori e la mano abile di Larraín che si vede comunque), l’idea ne varrebbe quattro di stelle: nessuno prima nel cinema aveva preso un personaggio storico e trasformato in una figura emblematica dell’horror, tra altro il vampiro porta con sé un certo fascino, una certa nobiltà e un sapore di vecchia Europa che si sposa bene con un certo reazionarismo dittatoriale. Tuttavia la mancanza di uno scavo psicologico dei personaggi, di una reale crudeltà del protagonista, le molteplici idee e un finale che non ci fa capire dove si voglia andare a parare fanno si che il film risulti un’occasione mancata. Sembra che gli anni a Hollywood abbiamo ammorbidito Larraín che invece nei suoi primi film faceva compiere cose terribili ai suoi personaggi.

Premiato come Miglior sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia, è una produzione Netflix ed è attualmente sulla piattaforma.

Voto: 2/4