Elvis di Baz Luhrmann, la recensione

A cura di Francesco Pozzo

Ci mancava, l’Elvis fracassone di Baz Luhrmann, l’ennesima baracconata senza introspezione tutta stile (comunque brutto) e (molta) poca sostanza. Luhrmann, si sa, è un autore, e su questo non ci piove: la paternità dei suoi lavori sarebbe distinguibile in due secondi netti anche dall’occhio meno esperto: e questo Elvis, sia come scelte visive che come pacing del racconto (similissimo al precedente, lievemente superiore Grande Gatsby), si confà perfettamente al volgare e delirante stile barocco pastrocchio cui l’australiano ci ha tristemente abituati da lungo tempo a questa parte (a partire da quel repellente scempio farneticante e screanzato che è Romeo + Juliet, comunque più coraggioso, nella radicalità demente delle sue scelte, dei suoi titoli più moderni).

Eccoci dunque serviti, come sempre, in ordine sparso: frizzi e lazzi; picchi di trash luminescenti e cattivo gusto a profusione; perenni trucchi pirotecnici degni del peggior operatore ubriaco; inquadrature sghembe e pretenziosamente ricercate ma mai così lontane dalla vera essenza delle cose; effetti speciali posticci e già invecchiati; montaggio convulso, stupidamente forsennato; fotografia ultra-patinata; musichette à la page o comunque fuori luogo; le solite cover eteree e una valanga d’acrobazie tecniche malamente assemblate e digitalizzate per restituire vanamente una sensazione di frenetico ed eterno movimento che non conduce, per converso, assolutamente da nessuna parte: il tutto, naturalmente – ed è proprio questo il suo serio, enorme limite -, a scapito di qualunque dimensione di profondità e umana complessità, dando così forma ad un film estremamente superficiale, inconsistente, caotico, puerile, di pura facciata, senza mistero e paradossalmente inerte sotto ogni punto di vista (non a caso, l’unico momento in cui l’opera si eleva leggermente è quando sul finale appare bolso e sfatto – e forse proprio per questo ancor più autentico e miracoloso – il vero Elvis: detto tutto).

E spiace non poco per l’azzeccato Austin Butler, che è bravo assai (specialmente quando sale sul palco) e che riproduce diligentemente tic, accento, vezzi, movenze e soavi atteggiamenti del King, ma che non può sopperire a una visione del personaggio povera, infingarda, sprovveduta e decisamente stereotipata (ci vogliono saggezza e ponderazione, per affrontare una figura così complessa), oltreché schiacciata dalla baraonda ipertrofica e rutilante cucitagli attorno dal suo esaltato e incauto autore: un Elvis plastificato, caramelloso, quasi gommoso, a tratti, con la pelle liscia e ritoccata come quella di un bambino o come il corpo levigato di un modello di uno spot di profumi, deprivato d’ogni sfumatura e senza un reale conflitto interno, senza fatica, senza sudore (!) e senza il benché minimo spessore, nonché (perfettamente in linea coi tempi) parecchio liberal friendly: dovrebbero commuoverci, nelle intenzioni dei realizzatori, i risibili accoramenti estemporanei del nostro – sterili e smaccati come tutto il resto – per la morte di Martin Luther King o di Bobby Kennedy (caliamo un velo pietoso sul tentativo di affrontare parallelamente il decorrere tragico della Storia: forse Luhrmann si crede Scorsese), ma se certe reazioni (che immaginiamo più collettive che altro) potrebbero anche passare per plausibili (con un bello sforzo della fantasia), Elvis, com’è noto, non era certo famoso per essere un democratico, così come il subdolo Colonnello Parker di Tom Hanks non sarà sicuramente stato la solita figurina patetica, cartoonesca e caricaturale perfettamente in linea con la sconfortante faciloneria dell’insieme.

Impossibile aspettarsi altro, d’altronde, da questo luna park vacuo, pompato e straordinariamente irritante, tutto di pancia e privo di sottigliezze, dove ogni cosa è urlata col megafono e niente è approfondito ma sempre ostentatamente incasinato, esibito, approssimativo, rozzo, raffazzonato: tirato via e buttato lì, alla rinfusa, in mezzo al caos estremo e cacofonico di questo opulento e inelegante pachiderma kitsch che gira a vuoto turlupinandoci senza ritegno per due ore e quaranta credendo stoltamente che il pubblico sia ingenuo a prescindere: dal rapporto fra l’edipico e il perverso con la madre Gladys allo strombazzato amore per Priscilla Wagner; dai vizi e alle scappatelle amorose fino all’incubo delle droghe e ai concreti turbamenti esistenziali di cui non troveremo ovviamente l’ombra, in questo film, se non espressi goffamente attraverso frasi o parole confuse, smozzicate e sbrigative, a mo’ di bigino per spettatori semplici, giusto per darci l’idea di un contenuto che latita spaventosamente.

Elvis è una storia raccontata male che scorre meccanicamente seguendo le traiettorie più pigre, viete e insincere dell’operazione commerciale pianificata a tavolino (tipico dei biopic hollywoodiani, sgargianti o meno che siano): un carrozzone esagitato, sovraccarico, tronfio e ampolloso che procede senza sosta verso un nulla di fatto fra un tecnicismo vistoso e un giramento di camera da mal di testa, una canzoncina modaiola presa al volo da Spotify e un’overdose di oggetti e trovate pacchiane disseminate caoticamente all’interno di un’unica inquadratura – alla Michael Bay – all’insegna della vuotezza più assoluta e artificiosa, inane e adolescenziale: esattamente come Las Vegas, senza il galvanizzante spirito camp che la contraddistingue ma anzi all’insegna di una seriosità solenne e soffocante, davvero fuori tempo massimo.

Se ne esce con la nausea e la rinnovata convinzione che non è forse possibile render giustizia a una figura così immensa, ineguagliata, elettrizzante e larger than life qual era Elvis Presley, e che di certo non può esserlo attraverso un prodotto che evita completamente – quasi scientemente -, in puro stile luhrmanniano, qualunque tentativo, anche minimale, di scavare oltre il chiasso, i lustrini, il fumo negli occhi, i trucchetti carnevaleschi e gli specchietti per allodole più pubblicitari, triti e triviali.

Amarezza.

Voto: 1½/4