Emilia Pérez di Jacques Audiard, la recensione

di Mirta Tealdi

Iniziamo il 2025 con un energico ed energetico film musicale: Emilia Pérez, del regista francese Jaques Audiard. Vincitore del Golden Globe 2025 (con 10 candidature) come miglior film comedy/musical, migliore attrice non protagonista a Zoe Saldana, miglior canzone e miglior film internazionale, del premio della giuria al Festival di Cannes e sempre a Cannes del premio per la migliore interpretazione femminile alle quattro interpreti, Emilia Perez si avvia ad essere un successo di botteghino. Un felice ritorno del genere musicale, grazie anche ad un tema così bizzarro e originale: Juan Manitas del Monte, un narcos tra i più potenti e brutali, decide di trasformarsi dando corpo e voce al suo Io più vero e profondo e diventare donna dopo aver seguito un percorso di transizione intenso e doloroso.

Abbiamo appena rivisto il film dopo averlo visto lo scorso ottobre al Roma Film Fest, in quel frullatore cognitivo che è vedere più film in un festival e, come spesso accade, la seconda volta se ne rilevano le più lievi e segrete sfumature. Se al termine della prima visione il giudizio era stato: “E’ un too much molto ben tenuto a freno per evitare deragliamenti incontrollati, una ‘sceneggiata’ messicana tra Merola e Almodovar”, al secondo giro si può dire che è un film coinvolgente dalla complessità sottile, rivelata attraverso un riuscito intreccio di musica e recitazione.

Difficile definire cos’è Emilia Pérez, ma anche cosa non è perché in pratica mescola i generi e li ripropone tra le pieghe di un film travolgente. Un musical, certo, sulle bellissime musiche e testi di Clément Ducol e Camille, ma anche un thriller-noir, e perché no? Un film di denuncia, e ancora, un’analisi profonda sull’identità di genere, e poi una tragedia greca, o una critica sul denaro. È tutto questo e anche di più secondo un sentire personale che si sviluppa durante la visione.

Interessante il testo della canzone Lady in cui si confrontano le posizioni del chirurgo plastico Wasserman (Mark Ivanir) e di Rita (Zoe Saldana) il medico spiega che lui si occupa solo di “aggiustare” corpi e non anime e quindi consiglia al misterioso cliente dell’avvocato Rita di rinunciare al suo proposito, mentre la donna sostiene che: cambiare il corpo cambia la società, cambiare la società cambia le anime, cambiando le anime cambia la società e quindi cambia tutto. Una visione coraggiosa e utopicamente ottimista? Chissà… Se mai si comincia mai sapremo la risposta.

Emilia Pérez è un film che, oltre a muovere la sensibilità delle protagoniste, muove quella dello spettatore in direzioni disparate e personalissime. A proposito delle protagoniste, tutte bravissime (spalle e sostegni una dell’altra), la perizia registica ha saputo evidenziarle nei loro chiaroscuri ed illuminarne le profondità e le traiettorie psicologiche con pochi, essenziali tocchi.

Tra loro spicca la recitazione di Karla Sofìa Gascòn, Emilia, che ha affrontato la transizione da uomo a donna nella vita reale, e spiega il suo personaggio e il lavoro compiuto, in un’interessante intervista in cui sostiene che le sono occorsi due anni per elaborare i due personaggi di Manitas ed Emilia. Per rappresentare un personaggio tanto oscuro nella prima parte e tanto luminoso nella seconda li ha dovuti affrontare come due caratteri differenti e poi ha dovuto trovare l’ingrediente corretto per metterli in collegamento; una sfida che crede di aver vinto, anche dal punto di vista vocale e linguistico. Parlare spagnolo con vero e credibile accento messicano di fronte ad un un esigente spettatore messicano è stata un’impresa non facile per una spagnola di Madrid. Sul fronte del machismo, insito in Manitas, ha pensato di unire nella sua testa le parlate di Marlon Brando e Sylvester Stallone in un potpourri e la cosa pare abbia funzionato…

La sparizione, il cambio di identità, una nuova opportunità di vita sono tra i temi cari al regista, già affrontati in Dheepan – Una nuova vita, anche qui una fuga da un passato brutale e violento.

Meritano menzione le bellissime coreografie di Damien Jalet, autore di grido corteggiato da molti registi, le cui creazioni tengono alto il ritmo e scandiscono la narrazione; in alcune scene Jalet si avvicina all’indimenticabile Bob Fosse di All that Jazz.

Il corpo, il calore, la fisicità appartengono finalmente ad Emilia che si lascia andare all’amore così come alla dolcezza, con la nipote (figlia) nella tenerissima canzone Papa, in cui la bambina cantando sottovoce rivela alla zia che ha lo stesso odore del suo scomparso papà. Un momento, intimo, emozionante e intenso.

Ma come in ogni tragedia e sentimento la catarsi arriva puntuale e con il finale la trasformazione di Emilia può dirsi completata. Da narcos a santa, il passo è breve.

Voto: ★★★½/☆☆☆☆