Emily di Frances O’Connor, la recensione

di Valeria Morini

Dicono i biografi e le fonti a disposizione che Emily Brontë, morta in giovane età dopo una vita ritirata e trascorsa quasi interamente nella casa paterna, non abbia mai conosciuto l’amore. Chi ha letto Cime tempestose, tuttavia, qualche dubbio se lo pone: davvero l’autrice inglese può aver riversato tutta quella passione e tante emozioni nelle pagine del libro senza averle provate a sua volta? A questa domanda sembra rispondere Emily, il film dell’attrice Frances O’Connor (tra le altre cose in A.I. di Spielberg), all’esordio come regista e sceneggiatrice, che racconta e al tempo stesso reinventa la biografia della scrittrice, impersonata da Emma Mackey (Sex Education), inserendovi un elemento di cui non esiste prova storica: la relazione appassionata e fisica con il realmente esistito William Weightman, curato nella parrocchia del padre delle sorelle Brontë e interpretato da Oliver Jackson-Cohen.

Calato con una certa adesione filologica nell’Inghilterra rurale dell’età vittoriana ma studiato anche per attirare il pubblico giovane di oggi (pur senza anacronismi à la Bridgerton, sia chiaro), Emily scava nella personalità misteriosa ed eccentrica di una scrittrice di cui sappiamo ben poco se non quelle caratteristiche che il film della O’Connor mette in risalto: istintivamente creativa e inventrice di storie dalla fervida immaginazione, schiva, asociale, anticonformista, un’anima selvatica e weird guardata con stupore nella sua piccola comunità (ma pare che tutte le sorelle, molto istruite, fossero considerate “strane”). In più, questa Emily Brontë che la Mackey incarna con vigore e freschezza, è una ribelle innata, scettica e libera, che fatica a inserirsi nelle maglie culturali e sociali del chiuso microcosmo in cui vive, tra famiglia e parrocchia, da cui pure non sente il reale bisogno (o per lo meno la capacità) di fuggire quanto piuttosto la volontà di cucirselo addosso senza adeguarsi al perbenismo o alle regole. Insomma, attraverso le sue relazioni – non solo l’amore passionale per Weightman ma anche i rapporti con i consanguinei, da quello contraddittorio con Charlotte alla simbiosi con il dissoluto fratello Branwell – ci viene mostrata un’eroina moderna, in sintonia con le tendenze femministiche contemporanee. 

Dunque, la vicenda reale è stata semplicemente riadeguata ai canoni attuali? In parte, vista la licenza poetica con cui la vita personale della Brontë viene rielaborata, con variazioni cronologiche e numerose libertà rispetto ai fatti veri. Però forse dovremmo lasciar perdere per un momento i tormentoni su algoritmi e tendenze cinematografiche post MeToo riflettendo sul fatto che Emily Brontë è semplicemente un’icona senza tempo, e che la sua modernità sta nel modo in cui il suo Cime tempestose ha sondato l’animo umano, dai sentimenti più puri agli abissi più torbidi, come raramente era stato fatto prima. Ecco, questa grandezza almeno in parte il film riesce a restituirla. Dietro la patina di un biopic medio, in cui la regia della O’Connor ci regala comunque alcuni guizzi e un’interessante cura della messa in scena sullo sfondo della selvaggia e affascinante brughiera inglese, scorgiamo così un ribollire di emozioni, dolori, sentimenti. Insomma, un pizzico di quel fervore che traspare da uno dei romanzi più grandi e amati di sempre.

Voto: 2,5/4