EVEREST di Baltasar Kormákur (2015)

everest screen

Faceva freddo, anzi freddissimo, alla fine della proiezione di Everest di Baltasar Kormákur alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove il film è stato presentato Fuori concorso come apertura al festival. Un gelo giustificato da una pellicola (interamente in 3D) piatta e, per ironia della sorte, senza vette. Girato tra il Nepal e il Trentino Alto Adige, il film racconta la disastrosa spedizione sull’Everest del 1996, a cui partecipò anche il giornalista Jon Krakauer, successivamente autore di un saggio sull’accaduto dal titolo Into Thin Air.

Grazie a un cast di stelle tra cui Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Sam Worthington, Keira Knightley, Emily Watson e Jake Gyllenhaal, il regista islandese Kormákur cerca di ravvivare un genere sopito da anni e che forse mai è riuscito a svettare nel cinema contemporaneo (l’esempio più importante e di successo resta Cliffhanger – L’ultima sfida (1993) con Sylvester Stallone). Lasciando da parte i paragoni, il film rimane, nel complesso, un blockbuster senz’anima, incapace di dare seguito alla prima buona mezz’ora in cui, attraverso le gesta dei protagonisti, si cerca di affrontare la deriva consumistica che ha raggiunto persino le pendici della montagna più alta del mondo. La lezione è questa: chiunque disponga di 65.000 dollari ha la possibilità di affrontare con tanto di fido sherpa la difficile scalata.

Peccato però che il tema sia abbandonato troppo in fretta per lasciare spazio a un’azione solo a tratti spettacolare e che alla lunga diventa prevedibile. La vertigine che l’uso del 3D avrebbe dovuto provocare latita, così come è del tutto inadeguato il reparto visivo e quello degli effetti speciali. Un vero peccato vista la nobile origine letteraria (l’altro film tratto da Krakauer è stato Into The Wild), i fondi a disposizione (si parla di 65 milioni di dollari) e soprattutto gli interpreti di razza andati completamente sprecati.

Voto 1,5/4