Far East Film Festival 2021: la recensione di HAND ROLLED CIGARETTE

Sommerso fino al collo dai debiti, l’ex soldato della British Colonial Army, Kwan intrattiene affari poco puliti con le triadi locali facendo da mediatore tra le parti e cercando di intascare quanto più possibile con le commissioni. La sua precaria posizione si complica ancora di più quando decide di dare protezione a un giovane immigrato, in fuga dagli scagnozzi di un boss locale dopo avergli trafugato diversi chili di droga.
L’esordio alla regia dell’attore Chen Kin-long è un film acerbo capace però di mostrare il profondo rispetto del regista per il cinema noir hongkonghese. Ma non solo. Hand Rolled Cigarette ci porta in una Hong Kong divisa e frammentata tra le culture e le etnie che la popolano, dove la ricerca di un senso di appartamenenza è l’obbiettivo ultimo prima ancora della sopravvivenza.
I protagonsiti infatti sono dei veri e propri emarginati: Kwan ha perso il rispetto e l’amicizia dei suoi commilitoni che lo ritengono responsabile del suicidio di uno di loro. Mani è un immigrato che vorrebbe solo dare un futuro migliore a suo fratello minore. Si respirano quasi le atmosfere del cinema di Miike di fine anni ’90 e primi 2000 dove erano gli outcast, i “randagi” senza una patria precisa, a popolare le sue pellicole.
Hand Rolled Cigarette però, nonostante la violenza che Kwan e Mani si tirano dietro, è una pellicola che ci lascia con un accenno prepotentemente ottimista, un messaggio di speranza veicolato da un gesto tanto semplice quanto umano, una sigaretta preparata a mano che crea un ponte tra tutte le fratture e le divergenze.
Voto: 2,5/4
Matteo Soi
