Far East Film Festival 2023, la recensione di A Guilty Conscience

A Guilty Conscience

Un legal drama con punte di commedia è una carta vincente, come ci ha insegnato il recente e bellissimo Argentina, 1985. Il film di Jake Ng A Guilty Conscience presentato al Far East Film Festival 25 non è così ambizioso e non racconta fatti storici, ma più semplicemente la parabola di riscatto di Adrian Lam, magistratucolo che non ha mai fatto carriera, alle prese con il nuovo ruolo di difensore di una donna accusata dell’omicidio della figlioletta. Inizialmente troppo pigro e incapace per farla assolvere, riprenderà in mano il caso mettendosi contro una ricca e potentissima famiglia che ha insabbiato la verità.

È bene dire, anzitutto, che ci troviamo di fronte al più grande incasso nella storia intera del cinema di Hong Kong: un risultato straordinario specie considerando che non parliamo di un genere tipicamente cantonese come il classico noir o poliziesco né a un blockbuster ad alto budget. Tra il giallo giudiziario e la storia di redenzione, la pellicola procede con un ritmo piuttosto serrato e vanta nel suo calmiere la buona interpretazione di un iconico Dayo Wong, borghese piccolo piccolo con la “coscienza sporca” che si trasforma in combattente. Appare netta la contrapposizione tra i protagonisti che cercano di tutelare la sanità del sistema giudiziario e lo strapotere di una classe sociale straricca che lo manipola e corrompe a suo piacimento, ma nella sua struttura narrativa basilare, senza troppe pretese e al servizio del grande pubblico, A Guilty Conscience si manifesta come una discreta opera di intrattenimento che si fa guardare e cui non mancano sprazzi di emozione e divertimento.

Voto: 2/4