Far East Film Festival 2023, la recensione di A Light Never Goes Out

A Light Never Goes Out (2022) - IMDb

La morte non è la fine della vita quando la vita resiste nel ricordo. Ed il ricordo è quella traccia che lasciamo di noi nel mondo e nelle vite delle persone. Per Bill quella traccia, luminosa, è rappresentata dalle insegne al neon che nel suo laboratorio fabbrica da una vita e con le quali ha contribuito a rendere unica la sua Hong Kong illuminando le strade e i palazzi. Dopo la sua morte alla moglie non rimane che l’officina, un giovane apprendista e tanti debiti. Ma non può lasciarsi tutto alle spalle se non realizza l’ultimo desiderio del marito, restaurare una vecchia insegna ormai da tempo dismessa.

Quella dell’elaborazione del lutto è una tematica che si ritrova spesso nel cinema ma sarebbe riduttivo dire che A Light Never Goes Out si limiti a raccontare solo questo. Certo, la storia della protagonista è anche il cuore pulsante del film, e la sua lotta per tenere in piedi l’attività del marito, quasi come per non doverlo lasciare andare definitivamente, è a tratti anche struggente perché coglie in pieno la fragilità di una persona che si sente abbandonata, lasciata indietro.

Ma quello di Anastasia Tsang è anche un film che racconta una Hong Kong che non c’è più ma per la quale si sente il dovere di preservarne il ricordo, una città che negli anni ha affrontato numerosi cambiamenti ma di cui, anche attraverso filmati di repertorio, se ne vuole raccontare quell’aspetto notturno così peculiare dato dall’impatto delle luci delle insegne prima che venissero progressivamente eliminate o sostituite con i led.

A Light Never Goes Out è un film sulla resistenza, al presente che fagocita il passato, al progresso che annulla l’opera artigiana che invece qui si vuole, come sottolineano anche i titoli di coda, omaggiare.

Voto: 2,5/4

Matteo Soi