Far East Film Festival 2024, la recensione di Death Whisperer

di Matteo Soi

Uno spirito maligno semina paura e morte in un piccolo villaggio di campagna. Dopo aver tolto la vita ad una ragazzina del luogo, prende di mira una famiglia di agricoltori, più precisamente una delle figlie. Fratelli e sorelle uniti faranno di tutto per salvare la vita alla ragazza e a liberarla dallo spirito. Chi ben comincia, si dice, è già a metà dell’opera. E Death Whisperer comincia davvero bene, con un bagno di sangue che dovrebbe segnare il tono ed il contesto della storia. Siamo in un ambiente rurale, la vita nei campi fa il paio con le superstizioni e le paure con le quali si convive. 

Il film di Taweewat Wantha ha le potenzialità del folk horror perché ne abbraccia con sicurezza le peculiarità, specialmente nella prima parte dove la superstizione, la paura delle ombre di una foresta o il buio della notte può nascondere, convive con la quotidianità

Il problema è che Death Whisperer da questo punto di vista ha decisamente il fiato corto e le premesse iniziali cedono presto il passo a più di una strizzata d’occhio all’horror occidentale (L’Esorcista di Friedkin è la base quando si vuole rappresentare una persona posseduta) perdendo così il contatto con le sue origini.

Anche le dinamiche di una famiglia divisa tra il legame alla tradizione del lavoro nei campi e il desiderio di lasciare il nido per altre strade non vengono sfruttate a sufficienza soprattutto quando avrebbero potuto rappresentare la spaccatura attraverso la quale il male si fa strada. 

Si è preferito un approccio più diretto invece, un faccia a faccia con il paranormale ad armi spianate e con una sceneggiatura che di tanto in tanto inciampa lasciando più di un vuoto.

E come ciliegina sulla torta il film rimane aperto ad un probabile sequel.

Voto: 2/4