Far East Film Festival 2024, la recensione di Motion Picture: Choke

di Valeria Morini

Che il Giappone non abbia mai superato il trauma della bomba atomica è cosa nota, da cui l’elaborazione della ferita al cinema attraverso il genere apocalittico. In Motion Picture: Choke, tra i film più potenti e originali del Far East Film Festival 2024, non ci sono però mostri alla Godzilla, bensì una Terra precipitata allo stato primitivo, dove l’umanità ha perso il dono della parola.

Non si può dire che il regista Nagao Gen manchi di coraggio nell’andare controcorrente e cercare strade rischiose: Motion Picture: Choke è un film sostanzialmente muto – dal momento che i personaggi comunicano solo con gesti e mormorii – e girato con una manciata di attori, per giunta in bianco e nero. Una vera e propria sfida insomma, che porta lo spettatore a trovarsi di fronte a qualcosa di davvero singolare ed eccentrico.

Il film è una sorta di parabola femminista ma soprattutto un viaggio all’interno della degenerazione dell’umanità. Al centro una donna, interpretata dalla straordinaria Wada Misa: vive sola tra le rovine di un edificio immerso nella foresta, vestita di pellicce, con pochi utensili e il cibo che riesce a procurarsi attraverso caccia e raccolta. Non sappiamo cosa abbia portato la razza umana a questa regressione preistorica: siamo in un futuro post-apocalittico? O in una realtà alternativa ucronica in cui il Giappone non si è arreso ed è stato devastato dalle atomiche? La donna, tuttavia, nella quasi assenza di contatto umano, vive in una sorta di mondo idilliaco primigenio e incorrotto (bellissima l’idea dei suoi “esperimenti musicali” al ritmo della pioggia), dove l’unico elemento sospetto di questa sorta di Eden sono i sogni inquietanti che la vedono preda di una figura maschile e fantasmatica.

Dopo questo prologo, a distruggere l’atmosfera intervengono tre uomini dalle intenzioni tutt’altro che amichevoli. La donna, vittima di violenza, prende coscienza del Male umano e, quando si lega a un giovane più mite e innocuo che ne diventa il compagno, può vendicarsi degli assalitori. La vicenda degenera quindi in modo inaspettato, sino a un finale sconvolgente e arcano.

Il film di Nagao Gen, oltre a inserirsi pienamente nel genere post apocalittico senza mai essere derivativo, è un oggetto bizzarro che può prestarsi a diversi livelli interpretativi, lasciati alla libertà dello spettatore. Certamente il tema della violenza sulla donna è centrale, ma si inserisce in un discorso più ampio sull’aggressività umana raccontata in un apologo dal forte senso simbolista e allegorico. La regia del cineasta nipponico è creativa (vedi l’uso dello split screen nella scena dell’aggressione) e ci trascina in un’opera difficile da classificare, che fonde violenza e leggerezza, ed espande gli stessi confini cinematografici in un’esperienza sensoriale di fortissimo impatto.

Voto: 3/4