Far East Film Festival 2024, la recensione di Old Fox

di Valeria Morini

Nella Taiwan del 1989, l’undicenne Liao Jie, orfano di mamma, vive con il papà in modeste condizioni. La loro esistenza trascorre placida ed è dominata da un sogno: entro qualche anno avranno risparmiato abbastanza per aprire un’attività di parrucchiere in proprio. Un giorno, la vita del bambino cambia all’incontro con l’anziano Boss Xie, rapace speculatore proprietario del quartiere in cui risiedono nonché del ristorante dove lavora il padre. Con i suoi insegnamenti che lo spingono ad abbandonare empatia e idealismo per abbracciare un individualismo sfrontato ed egocentrico, il magnate diventa una figura di riferimento per Liao Jie, nettamente contrapposta a quella del padre, uomo gentile e premuroso.

Già assistente alla regia di Hou Hsiao-hsien, Hsiao Ya-chuan è al suo quarto lungometraggio e realizza una storia emozionante e di straordinaria poesia, privo di retorica o didascalismo. Lo sguardo e il percorso del giovanissimo protagonista si traduce in un racconto di formazione tenero ma al contempo malinconico e disilluso, dove alla bontà si contrappone la classica “legge del più forte” asservita al dio denaro (e non è un caso che il film sia ambientato in un’epoca chiave che ha segnato il boom economico a Taiwan).

Non c’è un personaggio fuori fuoco nella pellicola di Hsiao, comprese le due secondarie ma comunque significative figure femminili che fanno da contraltare al bellissimo trio di protagonisti: il piccolo Liao Jie, con tutta la sua ingenuità e tenerezza, il padre cameriere/ suonatore di sax con la sua mesta umanità e la nostalgia per l’amata moglie perduta, il villain che dietro la scorza di superbia e prepotenza nasconde un lato dolorosamente tormentato.

Voto: 3/4