Far East Film Festival 2024, la recensione di The Train of Death

di Matteo Soi

Per agevolare il trasporto turistico verso un resort di lusso, foreste vengono abbattute e montagne traforate per la realizzazione di una nuova tratta ferroviaria. A niente valgono gli incidenti e le sparizioni di operai durante i lavori: il nuovo treno viene inaugurato incurante delle proteste e durante la tratta le carrozze iniziano a sparire una dopo l’altra. A memoria, l’ultimo horror orientale “su binari” è quel gioiellino di Train to Busan di Yeon Sang-ho, fulgido esempio di come anche nello stra abusato sottogenere dello zombie-movie, si può ancora intrattenere il pubblico con un film adrenalinico e claustrofobico allo stesso tempo.

Vana la speranza di trovare lo stesso equilibrio in The Train of Death di Rizal Mantovani e che basti sostituire i morti viventi con degli spiriti vendicativi per ottenere un film altrettanto compiuto. 

The Train of Death è un film con un messaggio ecologista bello esplicito e che punta il dito verso quella mentalità capitalista che è disposta a sacrificare anche la vita umana per profitto.

Il tutto però è rappresentato in maniera molto grossolana e superficiale con dei personaggi monodimensionali ed inquadrati in ruoli ben definiti: abbiamo i cattivi (il politico e l’imprenditore), i buoni (le due sorelle protagoniste) e chi sta nel mezzo (lo steward), diviso fra l’asservimento al padrone e il dilemma morale. Anche il treno, rischiando forse una vertiginosa sovra lettura, vuole forse essere allegoria di una società ben suddivisa in classi.

Ma per fortuna, e forse questo è il pregio che non si può negare al film, agli spiriti nulla importa che tu sia ricco o povero, proletario o borghese, la vendetta colpisce tutti indistintamente in countdown implacabile che diventa sempre più cruento. 

Ricevuta la nostra lezione morale, bacchettati e redarguiti sul modo in cui ci poniamo nei confronti dell’ambiente incuranti delle conseguenze, cosa rimane allo spettatore di The Train of Death? Tanto potenziale sprecato, condannato da una sceneggiatura claudicante dove gli spaventi latitano e anche il tentativo di farci forzatamente empatizzare con le protagoniste attraverso le lacrime, manca il bersaglio.

Voto: 1,5/4