Far East Film Festival 2025, la recensione di Dirty Money: il prezzo della giustizia nell’esordio di Kim Min-soo

di Matteo Soi

Due poliziotti corrotti della polizia coreana si muovono nel sottobosco criminale dividendosi tra il lavoro diurno e quello notturno fatto di estorsioni verso i piccoli criminali. È proprio da uno di questi che vengono a sapere dell’enorme quantità di denaro che la malavita cinese trasferisce in Cina via mare. Organizzano allora il colpo della vita che potrebbe in una volta sola risolvere i propri problemi personali: Kim deve pagare un improcrastinabile intervento per la figlia, Lee deve saldare invece dei debiti di gioco.

Esordio senza infamia e senza lode per Kim Min-su che confezione un thriller poliziesco che sulle prime affronta i temi con una certa dose di ironia ma che progressivamente cede il passo a toni più violenti e drammatici.

Dirty Money, nel suo dipingere un affresco di una giustizia malata, avvelenata dall’avidità che corrompe gli uomini e trasforma i rapporti personali e professionali in niente meno che merce di scambio, compie anche una riflessione su quanto siamo disposti a dare un prezzo ad ogni cosa, perfino alla nostra moralità.

Vero è che tutto si risolve senza particolari guizzi o sorprese (notevole però l’improvvisa esplosione di violenza nella sparatoria che si svolge a metà della pellicola) e anche i personaggi principali seguono un preciso arco narrativo vincolato a giungere alle previste conseguenze dettate dalle loro discutibili azioni.

Niente di nuovo ma tutto quello che c’è funziona come e quanto si richiede debba funzionare. E tanto basta.

Voto: ★★/☆☆☆☆