Far East Film Festival 2025, la recensione di Silent City Driver: un noir sociale disperato e folgorante

di Valeria Morini

Nei bui silenzi di Ulan Bator si muove Myagmar, un giovane solitario dal passato doloroso che lavora come autista ai funerali e scopre una possibile salvezza dalla sua vita fortemente marginale nell’incontro con una ragazza non meno problematica. Ma non c’è speranza in Silent City Driver, solo una cupa discesa nell’inferno che è il mondo in cui viviamo. Tra i più sorprendenti film passati al 27esimo Far East Film Festival, dove ha conquistato il MYmovies Purple Mulberry Award, è il nuovo lavoro del regista della Mongolia Janchivdorj Sengedorj che nel 2021 aveva vinto il medesimo premio al FEFF con The Sales Girl.

L’autore conferma di avere uno sguardo lucidissimo ed estremamente interessante e personale, oltre a ribadire la volontà di raccontare la gioventù urbana della capitale mongola, ma cambia toni rispetto al precedente film che aveva i tratti della commedia, per quanto agrodolce. Qui ci ritroviamo calati in un dramma dalle tinte fosche che sconfina in un territorio tra noir e racconto sociale quasi neorealista. Sin dal titolo e da molti elementi della trama, appare chiaro un certo legame con Taxi Driver di Martin Scorsese, ma Sengedorj prende una strada tutta sua ed esprime la sua poetica fatta di personaggi soli e outsider, di un’urbanità straniante, di uno stile sommesso che ricorda il cinema d’autore europeo.

Tutta la prima parte si concentra sul pedinamento di Myagmar, interpretato da Tuvshinbayar Amartuvshin che con una manciata di battute e una presenza scenica formidabile dona un’interpretazione davvero dolorosa e vibrante. Ex detenuto che nel lungo periodo in carcere ha sperimentato abusi e momenti che lo hanno segnato in modo irreversibile, vive in totale solitudine, fatta eccezione per la compagnia dei numerosi cani randagi che ha adottato, un po’ come gli altri “dogman” raccontati da Matteo Garrone e Luc Besson. I suoi rapporti sociali sono ridotti al minimo ma, mentre il film ci svela a poco a poco nuovi particolari della sua personalità, Myagmar sembra trovare un piccolo spiraglio nel suo forte disagio esistenziale in una sorta di amicizia con un giovane monaco taoista e nella insolita frequentazione con la sensuale ma fragile Saruul.

Silent City Driver è un film disperato, su una vendetta e su una redenzione impossibile, alle soglie del nichilismo e splendidamente giocato su alcuni simbolismi (la bara, l’elemento surreale del cammello). Pochissima azione e dialoghi scarni lo rendono un prodotto non facile ma folgorante e di una potenza rara, capace di tenere incollati allo schermo con il suo stile asciutto e in apparenza crudele eppure profondamente umanista, e soprattutto con un finale devastante.

Voto: ★★★/☆☆☆☆