Far East Film Festival 2025, la recensione di The Land of Morning Calm: un dramma coreano dal sapore pirandelliano 

di Giulia Pugliese

“Dovevi vedere i suoi occhi da merluzzo che si illuminavano”

Un affresco vivo e vivente di un mondo che esiste, ma che sta morendo. Una Corea, per certi versi inedita, che non siamo abituati a vedere al cinema. La cinematografia coreana è spesso lastricata di personaggi borghesi o poveri di Seul. In questo film, invece, viene mostrata una Corea diversa, un paesino rurale di pescatori. Al centro, come molta filmografia del Paese, la crudeltà delle relazioni sociali e la spietatezza di un tessuto pubblico eroso.

La storia, che prende tinte pirandelliane, porta i personaggi a fare un’analisi su loro stessi e sul contesto in cui vivono. Un paesino di pescatori è teatro di una tragedia: un ragazzo trentenne cade dalla barca e annega. La madre e la moglie, membri attivi del villaggio, non si danno pace. Quella che sembra una comunità solida e unita, piano piano si sgretola, mostrando la verità di quello che è: una marea d’ipocriti, bigotti e intenti a guardarsi l’un l’altro. Dove alla fine il suo protagonista, Yeong-guk, anche se ha un passato familiare atroce e problemi di alcolismo, non è assolutamente il peggiore di tutti. Anzi, attraverso questa storia vorrebbe riscattarsi e fare la cosa giusta.

Un’opera che mette al centro le relazioni tra i personaggi, mostrandoci una morale contorta, un’amoralità, in cui gli spettatori sono immersi e i sentimenti dei personaggi emergono forti. I personaggi sono ben delineati e realistici, la trama, che parte come una sorta di disincanto e crescita emotiva della comunità, vira sul melodramma più estremo, perdendo verità ed esagerando i toni.

Viene messo in scena un mondo che si ostina a rimanere tale, che ha la volontà di cambiare, e dove i suoi personaggi cambiano proprio in seno a questa tragedia. Per inerzia, tuttavia, la tragedia non li aiuta a migliorarsi, ma fa uscire il peggio di loro. Viene rappresentata infatti una società razzista e ipocrita, dove emerge il dramma delle spose comprate in Vietnam, tematica che è stata toccata anche dal dramma di Taiwan Next Stop Somewhere, nella 27esima edizione del Far East Film Festival.

Ed è proprio nel rapporto con il diverso e con l’altro che la società fa vedere quant’è marcia. Commuove, dà un senso di verità il rapporto tra la madre del ragazzo disperso e la moglie vietnamita, che si sostengono tra di loro. È la scena catartica in cui le due litigano che le porterà a conoscersi davvero e farà da perno all’opera.

Il conflitto non divamperà mai completamente e tutto tornerà alla normalità e i suoi personaggi si adatteranno a questa nuova realtà. La regia non si stringe mai sugli, il regista si tiene lontano da loro per analizzarli e per analizzare le situazioni. Il film cerca infatti di seguire la storia e di non schierarsi, facendo emergere la natura umana dei personaggi principali.

Un’opera che riesce a colpire ed emozionare davvero, in un Far East Film Festival dove ci siamo
emozionati poco.

Voto: ★★★/☆☆☆☆