Far East Film Festival 2025, la recensione di GATAO: Like Father Like Son: sangue e gangster a Taiwan
di Valeria Morini
Tradizionalmente, il gangster movie ci ha consegnato negli anni topoi consolidati quali: l’amicizia virile all’interno di una banda, la classica contrapposizione tra la vecchia guardia e il giovane aspirante boss ribelle, i tradimenti e le lotte intestine. Il taiwanese GATAO: Like Father Like Son diretto da Yao Hung-i, Ray Jiang, in concorso al 27esimo Far East Film Festival, riproduce in modo praticamente schematico tutti questi cliché, ma non è detto che la minestra riscaldata non sia comunque buona da gustare.
Siamo di fronte al quarto film di una saga (di cui è prevista anche una serie tv), ambientato in un tempo precedente alle tre pellicole precedenti. Il terzo, GATAO: The Last Stray, era stato presentato al Far East Film Festival 2021 e questo ulteriore capitolo è un film, come dicevamo, certamente stereotipato, ma godibilissimo e perfetto per gli appassionati del genere, con il pregio di crescere man mano che scorrono i suoi 131 minuti di durata.
Un film dall’impianto corale, questo Like Father Like Son, in cui diversi personaggi si muovono nel microcosmo mafioso di Taipei. Da una parte, c’è un trio di giovincelli fondamentalmente simpatici e bonaccioni ma decisi a impelagarsi nella malavita, di cui uno appena uscito di galera (con tanto di scena davanti al portone del carcere à la C’era una volta in America): giura che non ci tornerà mai più, ma dieci minuti dopo propone ai compari un affare di spaccio.
Dall’altro lato, una lotta sanguinaria che scombina gli equilibri tra gli anziani boss che si dividono pacificamente il territorio, scatenata dal figlio di uno di loro che al ritorno dagli Stati Uniti vuole prendere il potere e che il padre troppo indulgente non ha la forza di contrastare. Le due storie si uniscono e formano un affresco musicato a colpi di coltello e mazze, tra risse monumentali e violenza spettacolare (ma non eccessiva) in un universo sostanzialmente maschile, machista, crudele, dove sembrano esistere solo le logiche e le dinamiche criminali (le forze dell’ordine sono del tutto assenti).
Al di là del suo riproporre luoghi comuni e una struttura sostanzialmente classica (oltre ad avere il difetto di non approfondire alcun personaggio femminile), il film porta a casa il risultato perché ci propone alcune sequenze davvero notevoli, alleggerisce la portata tragica e violenta con elementi più leggeri e nell’ultima oretta offre scelte sorprendenti, mostrandoci una dipartita estremamente drammatica e ben orchestrata (interessante inserirla in quel punto del film) e poco dopo una svolta nel personaggio del villain. Un’opera solida e onesta, insomma, con facce praticamente perfette e una regia all’altezza per regalarci due ore di intrattenimento puro.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
