Father Mother Sister Brother, la recensione: la famiglia secondo Jim Jarmusch
di Valeria Morini
Il cinema di Jim Jarmusch è fatto di piccole cose, quotidianità, racconti quasi privi di trama, ironia sottile e rarefatta. A sei anni dalla parentesi zombie di I morti non muoiono e a nove dall’acclamato Paterson, il regista indie americano torna un po’ alle sue origini, con un film strutturato a episodi come lo erano Mystery Train, Taxisti di notte e Coffee and Cigarettes. Al centro, la famiglia, attraverso tre nuclei in cui i rapporti tra genitori e figli sono fondati sulla distanza o sull’assenza.
Molto diverse e lontane le ambientazioni: New Jersey, Dublino, Parigi. Nel primo segmento, Father, un fratello (Adam Driver) e una sorella (Mayim Bialik) fanno visita al padre anziano e solo che vive in campagna (Tom Waits). In Mother, una madre, austera e raffinata scrittrice (Charlotte Rampling), invita le sue due figlie, molto diverse tra loro (Vicky Krieps e Cate Blanchett), che vede appena una volta l’anno: le tre si ritrovano per il loro rito annuale consistente in una reunion per il tè del pomeriggio. In Sister Brother, due gemelli di origine afroamericana (Indya Moore, Luka Sabbat) fanno visita per l’ultima volta all’appartamento dei loro genitori morti da poco, cercando di elaborare il lutto.
Jarmusch si è affidato a un cast a dir poco stellare per confezionare una commedia dolceamara, dolente e in sottrazione che parla di anaffettività, distanza, difficoltà di comunicazione, incomprensione dell’altro nonostante i legami di sangue. Tre gruppi di famiglia in interni raccontano altrettante storie che sono completamente slegate tra loro, ma accomunate da piccoli particolari, coincidenze, frasi e battute che ritornano in un corto circuito costruito abilmente nella finissima sceneggiatura confezionata dal regista, solo in apparenza fatua e superficiale ma in realtà arguta e profonda.
Se il terzo episodio parla di perdita e di gestione del “dopo” – anche attraverso gli spazi e gli oggetti accumulati da chi non c’è più, densi di ricordi – i primi due mostrano attraverso la leggerezza di una commedia tra umorismo mordace e atmosfere stralunate l’incomunicabilità che può esistere nei rapporti famigliari contemporanei. Il capitolo iniziale sembra bloccato in un loop di dialoghi forzati ma si conclude con un colpo di scena spassoso; il secondo – forse il migliore – è un ritratto femminile a tre lieve eppure in qualche modo crudele dove le attrici fanno a gara di bravura (ci sembra vinca una dimessa e inedita Blanchett); l’ultimo pare riconciliare le distanze generazionali nella memoria e nel rispecchiarsi nelle immagini dei propri ascendenti. Ci scegliamo amori e amicizie, ma non la famiglia: quanto la natura dei genitori può influenzare la vita dei propri figli?
Jarmusch ci regala una sorta di fratello di Coffe and Cigarettes e realizza un film piccolo, giocato su dettagli, inquadrature raffinate, raccontandoci tanto con pochissimo.
Presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia 2025, dove ha trionfato vincendo il Leone d’oro.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
