Orrore sotto la Mole. Visioni dalla sezione After Hours al TFF33

 

Da molti anni, il Torino Film Festival è un punto di riferimento per gli appassionati dell’horror che trovano nella sempre ricca sezione After Hours pane per i loro denti affamati. Orrore sotto la Mole. 

Due delle visioni che hanno animato l’inedita Notte Horror (un sabato sera interamente dedicato al genere con una maratona di tre film al Cinema Massimo) sono state tra le pellicole più disturbanti dell’intera manifestazione: l’esordio alla regia di Oz Perkins e il secondo feature dell’australiano Sean Byrne, già conosciuto per il torture The Loved Ones (2009).

FEBRUARY di Oz Perkins (2015)

Un collegio femminile si svuota letteralmente prima delle vacanze di febbraio: rimangono solo la seducente Rose (Lucy Boynton), che ha mentito ai genitori sull’inizio della pausa per poter vedere un ragazzo, e la matricola Kat (Kiernan Shipka), apparentemente abbandonata dalla famiglia. Lungo la strada, una coppia di mezza età dà un passaggio all’emaciata Joan (Emma Roberts), una ragazza con più di un problema da nascondere: le loro vicende e quelle delle collegiali sono strettamente intrecciate, anche se nessuno ancora lo sa.

L’esordio alla regia di Osgood “Oz” Perkins (sì, proprio lui, il figlio dell’Anthony/Norman Bates di Psycho) è un disturbante horror che gioca sul filo dell’inquietudine adolescenziale: la scoperta della libertà e la paura dell’età adulta con i suoi problemi, come le gravidanze indesiderate, si mescolano con i terrori ancora infantili di edifici vuoti, buio e silenzi. Parco e piuttosto lento nella prima parte, dove gli spaventi sono sempre indotti e mai esplicitati, Februarysi sbottona maggiormente in una seconda sezione che non risparmia sul gore e sugli assassini efferati, ma è inutile dire che le ombre suggerite sono più affascinanti dei fiumi di sangue. Il meccanismo di sovrapposizione di piani temporali per un po’ regge, incuriosendo e disorientando, ma poi finisce per disvelarsi togliendo al soggetto, di per sé non originalissimo, gran parte del mordente. Qualche inquadratura che colpisce, comunque, c’è, specialmente quando in campo c’è la giovane Shipka, convincente nei panni di una giovane disturbata, o forse indemoniata. Le musiche d’atmosfera sono di Elvis Perkins, fratello del regista.

 

Voto: 2/4

THE DEVIL’S CANDY di Sean Byrne (2015)

La famiglia Hellmann è felice nella sua allegra anticonvenzionalità: il padre Jesse (Ethan Embry) è un pittore metallaro che ha trasmesso la passione per il rock alla figlia adolescente Zooey (Kiara Glasco), mentre la madre Astrid (Shiri Appleby) sopporta pazientemente i decibel e le stranezze di marito e figlia. Dopo anni in affitto, gli Hellmann possono finalmente permettersi una bella casa nella campagna texana, ma da quando si trasferiscono Jesse inizia a dipingere strani quadri, mentre il precedente inquilino Ray (Pruitt Taylor Vince), mentalmente disturbato, comincia a farsi vedere un po’troppo in giro.

Folgorante e terrorizzante l’incipit di questo horror in salsa metal che sembra riecheggiare (seppur vagamente) le atmosfere di certi film di Rob Zombie, tra tatuaggi, schitarrate e paesaggi bruciati dal sole. Anche se il tema non è certo inedito, la costruzione della tensione funziona fino a un certo punto, quando poi l’insieme scivola verso un classico slasher con i protagonisti impegnati a scappare dal cattivo. Peccato che certi temi (il raptus artistico del padre “posseduto” e la sua connessione con Ray, le motivazioni dietro la follia dell’uomo, ma anche, più semplicemente, il contrasto tra il desiderio di dare sfogo alla passione artistica e la necessità di sopravvivere) non vengano approfonditi, lanciando solo suggestioni che sembrano perdersi nella brevità della trama: certo, il ritmo non cala mai ma qualche minuto in più avrebbe certamente giovato alla costruzione di temi e sottotemi. Il cast, comunque, funziona, supportato da una fotografia curata, e Pruitt Taylor Vince dà corpo a un villain non certo originale ma autenticamente disturbante. Splendidi e inquietanti i quadri (dipinti da Stephen Kasner) attraverso i quali Jesse predice le folli gesta di Ray e naturalmente all’insegna del metallo pesante la colonna sonora. Il finale, gigione e piacevolmente tamarro, non mancherà di entusiasmare i rocker più sfegatati.

Voto: 2/4