FEFF 2026, la recensione di All Greens di Koyama Takashi

di Giulia Pugliese

“Marzo la pianti e aspetti che spunti
Aprile la bagni e cresce
Da maggio a settembre le vedi fiorire
A ottobre raccogli e puoi dire
“L’ho coltivata io
Non me ne pento neanche un po’!”

Punkreas


Spesso Hollywood copia o meglio ruba dai film giapponesi: questa volta All Greens attinge dal cultura e dal cinema americano, con tanto di musica rap e un bellissimo gruppo di eroine sconsiderate. La provincia giapponese, come fosse la provincia americana, non luogo di calore, famiglie felici e tradizione, ma viene rappresentata come spazio, specie per le donne, di marginalità, solitudine e violenza.

Tre liceali apparentemente diverse saranno testimoni di un incontro che le farà riflettere sulla loro vita e futuro. Boku Hidemi frequenta un istituto professionale, la scuola non le interessa, ama il rap e vuole andarsene a tutti i costi dal paesino, dove vive; Miruku “Milk” Yaguchi è una ragazza popolare, presidentessa della classe, bella e brava a scuola, tuttavia la parte della ragazza perfetta è solo una recita e ha molti segreti; Mako Iwakuma è una brava ragazza, lavora al bowling del paese, è di animo buono e ama disegnare manga. Le tre ragazze sembrano non avere molto in comune, ma diventeranno più che amiche, socie, in un giro di vendita di marijuana.

Del film è apprezzabile soprattutto la verve giovane, spensierata e ribelle, nel racconto di adolescenze inquiete, ma speranzose. Anche se sulla sua costruzione e quello che mostra sembra poco autentico, sembra effettivamente un prodotto americano ed europeo ambientato in Giappone, tuttavia in un mondo globalizzato non è difficile pensare che i giovani giapponesi amino il rap, che si vestano punk e che vedano film occidentali. Spesso nelle opere nipponiche si viene presenta la tradizione e unicità del Paese, in questo caso il film riesce a farci vedere anche gli effetti di una società che prende elementi di altre.

Le tre ragazze sono particolarmente preoccupate di non combinare nulla nella vita, di finire vittima di qualche crimine violento o di sposarsi, le loro ansie sono quelle di persone cresciute in una società maschilista, che risulta amplificata in un contesto rurale e provinciale. In questo il film riprende aspetti interiori della cultura giapponese, così come il fatto che le protagoniste per riuscire ad andare via dal piccolo paese, nonostante siano sveglie e talentuose, devono per forza compiere un crimine.

All Greens però nasconde delle insidie nella sua immagine progressista, in realtà s’insidia un conservazionismo neanche tanto velato: i ragazzi che aiutano le ragazze a vendere l’erba sono una coppia omosessuale, ma sono mere comparse, senza spessore; si parla di droga, ma nessuno la consuma, l’unico personaggio che lo fa entra in coma. Il film più che un inno alla libertà, sembra voler dire sfrutta le debolezze degli altri e fai business, senza protestare sulla stupidità del proibizionismo, né sulla facilità di come questo può essere frodato.

Una commedia vivace, divertente, con tanti riferimenti alla cultura americana e alle sotto culture giovanili, ma senza mordente e trasgressione.

Voto: ★★½/☆☆☆☆