FEFF 2026, la recensione di We are Nothing At All di Herman Yau
di Giulia Pugliese
“Se decidessi di ucciderti verrei con te”
We are Nothing At All di Herman Yau è un thriller ben costruito e orchestrato che però si perde in tematiche di emarginazione ed eccessivo dramma. Il regista, veterano del genere di Hong Kong, partendo da una storia vera, costruisce un castello di carte legato a un possibile attentato, dove tutto sembra qualcosa che non è.
Il film mette in scena dei personaggi e lentamente fa scoprire veramente chi sono, partendo proprio dal contesto cittadino di degrado, sopraffazione, povertà e discriminazione. Il mistero si scioglie davanti ai nostri occhi lentamente, ma una volta che la verità emerge, la storia prende tinte eccessivamente melodrammatiche e cupe.
La forza di We Are Nothing At All è nella sua parte thriller, nella creazione di una storia avvincente, ma che prende tinte sempre più surreali e romanzate, che da action diventa racconto di un malessere che tuttavia sembra esasperato. Hong Kong diventa città da incubo, lo spaccato della comunità queer è una lotta quotidiana, senza un minimo di gioia, specie se sei povero, immigrato e con un passato traumatico. Nei contesti delle società asiatiche c’è sicuramente molta discriminazione, difficoltà di accettazione e marginalità per le persone omosessuali. Tuttavia l’incapacità di questo tipo di cinema di riconoscere l’omosessualità maschile con normalità, senza bisogno di tirare in ballo traumi e drammi, denota una sorta di concezione discriminatoria. Inoltre la messa in scena sembra poco genuina e ammiccante a un pubblico occidentale, così come la scelta di mettere tra i protagonisti un leader di una boy band BTS, Anson Kong, per attirare un pubblico di giovani, ma il cantante è assolutamente inadatto per un ruolo così drammatico.
Il film non riesce a mantenere i toni thriller che l’avrebbero reso più piacevole, per mettere al centro la tematica queer che pervade tutto il film. Inoltre il fitto intreccio di personaggi e il voler porre una causa in ogni aspetto del film riducono il mordente di questo.
Di We Are Nothing At All rimane solo il melodramma spinto e decisamente troppo disperato, invece di continuare con gli aspetti action dell’inizio; inoltre la sceneggiatura porta avanti una storia dove ormai tutto è già scoperto, dando allo spettatore piccoli colpi di scena insignificanti.
Il detective protagonista è un personaggio riuscito a discapito degli altri, soprattutto perché rappresenta una sorta di uomo giusto, competente e aperto nei confronti del mondo, mentre tutto intorno a lui impazzisce. A livello di energia, di storia e di regia, il film si sgonfia quando racconta aspetti personali dei personaggi, mentre risulta più interessante quando parla di ambientazioni e contesti sociali.
We Are Nothing At All risulta un film furbo, scisso tra la descrizione esasperata della comunità queer di Hong Kong, il thriller e l’eccessivo melodramma. La storia diventa troppo disperata, i personaggi sono distrutti, inermi e perdono forza narrativa. Rimane una parte investigativa intrigante, un mistero ben costruito che però, una volta svelato, fa perdere interesse nel film, e la ricerca di giustizia è rappresentata da un uomo corretto e capace, che si contrappone a una società senza speranza, crudele e discriminatoria.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
