FEFF 2026, Speciale Koji Yakusho: Under the Open Sky di Nishikawa Miwa
di Giulia Pugliese
“Noi andremmo incontro al nostro destino, ma almeno tu potrai stare sotto il cielo aperto”
Un problema molto forte in Giappone è lo stigma sociale e la discriminazione: se non si è dei cittadini perfetti, si rischia di rimanere al di fuori della società. Il film si interroga su come un vecchio detenuto possa essere reintegrato nella comunità dopo aver vissuto gran parte della vita in prigione. Koji Yakusho sembra essere affezionato ai ruoli degli ex prigionieri che faticano ad avere una vita normale fuori dal carcere; anche in L’anguilla di Shōhei Imamura interpretava un personaggio simile. Se però il personaggio del film di Imamura era schivo, taciturno, sicuro di voler rientrare nella società e pentito dei suoi crimini, il personaggio interpretato in Under the Open Sky, Mikami Masao, è un energico ex detenuto che si arrabbia facilmente e che spesso sembra perdere la retta via.
Il film mette al centro riflessioni sociologiche, ma anche psicologiche: nella ricerca della violenza di Mikami. L’opera mostra un Giappone dove la criminalità e il bullismo sono all’ordine del giorno, ma il protagonista ottiene anche sostegno e solidarietà dalle persone che lo circondano. Il film cerca di dare un’immagine neutrale della società giapponese, mostrandone aspetti crudeli e di prevaricazione, assieme ad atti di altruismo e solidarietà, senza far pendere la bilancia. Così facendo la riflessione sociale rimane parziale, mentre quella psicologica sul personaggio dà adito a vecchie concezioni della psicologia sociale di inizio ’900, dove sostanzialmente si afferma che i comportamenti violenti di Mikami sono dovuti a un’infanzia vissuta nell’abbandono e a una precoce esposizione alla yakuza che lo gratificava diversamente dal resto del mondo.
L’opera ripropone concetti datati e monodirezionali per creare un personaggio che avrebbe bisogno di maggiore complessità. Inoltre il film sembra sempre sul punto di esplodere, come il nostro protagonista, ma rimane sempre sulla retorica dell’uomo sbagliato che cerca di riscattarsi e che la società non riesce ad accettare.
Mikami è un adulto-bambino che, quando vede un’ingiustizia o si sente schiacciato, risponde con la violenza; tuttavia la sua grande sete di giustizia lo rende simpatico, ma anche incapace di vivere nella società. Lui stesso si autoesilia, riprendendo il pieno concetto dell’auto-stigma delle vecchie teorie di Howard Becker e Edwin Lemert sull’etichettamento: è lui stesso il meno convinto di riuscire a entrare nella società e, in effetti, chi vorrebbe stare in una società dove i più deboli, i diversi e gli emarginati ne sono vittime? Si possono portare questi modelli occidentali nella società giapponese? Queste teorie sono figlie di società preindustriali, legate a modelli predominanti: sono ancora valide oggi?
Il film mette al centro anche la caduta del mito degli yakuza: i personaggi dell’opera ricordano i vecchi boss mafiosi di The Irishman, poiché sembrano legati a un mondo che non esiste più. In Under the Open Sky, gli yakuza sono uomini ormai vecchi, più interessati al cibo e alle rare erezioni che al crimine, che vivono di espedienti per sopravvivere. I modelli di Mikami sono ormai passati nella società in cui vive: la vecchia yakuza fatta di uomini d’onore non esiste più.
L’ex detenuto è solo, ma può contare su una rete sociale, tra cui il giovane scrittore e autore di programmi televisivi, che sembra essere consapevole delle dinamiche psicologiche di Mikami molto più di lui stesso ed è attratto da una storia di riscatto e di redenzione a priori, senza tener conto dell’uomo. Il loro rapporto, come succede spesso in molti film giapponesi, ricalca una possibile relazione padre-figlio: lo scrittore stima anche il protagonista per la sua capacità di intervenire contro le ingiustizie e per la sua poca considerazione delle conseguenze.
Under the Open Sky mette al centro un personaggio eversivo, a tratti fastidioso ma comunque non nuovo, a cui ci si affeziona e per cui si prova simpatia, anche grazie all’interpretazione di Koji Yakusho. Oltre al tenero e crudele Mikami, il film non riesce a fare riflessioni né psicologiche né sociologiche complesse, perché arenato a vecchi modelli e alla volontà di rimanere uno spaccato neutro, passando da momenti in cui sostiene il suo protagonista a momenti in cui lo incolpa, senza riuscire a dare credibilità a lui e alle tesi del film.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
