FIGLIA MIA di Laura Bispuri (2018)

 

A tre anni di distanza da Vergine giurata (2015), Laura Bispuri torna dietro la macchina da presa per raccontare un nuovo dramma al femminile che ha a che fare con la ricerca della propria identità. Figlia mia racconta infatti del rapporto tra due mamme molto diverse (la premurosa Valeria Golino e la problematica Alba Rohrwacher) nei confronti della medesima bimba (Sara Casu): la prima è la madre adottiva, la seconda quella biologica.

Sempre fedele a uno stile di regia grezzo e rude, la Bispuri mostra nuovamente di saperci fare con la messa in scena, circondando e inseguendo i suoi personaggi tramite una macchina a mano mai invadente e sempre precisa. Anche la scelta di ambientare la storia in Sardegna è indovinata, non solo per la spietata desolazione dei paesaggi in cui si muovono le vite delle protagoniste, ma anche come allegoria geografica di un’esigenza di appartenenza a una madre(terra) palpabile seppur lontana.

Quello che però alla fine della proiezione rimane irrisolto è il vero rapporto tra le tre pedine al centro della narrazione. Il racconto infatti si conclude con un finale loffio e decisamente troppo esplicito (il cambio dei ruoli tra madri e figlie, la rinascita dal grembo terreno della bambina) senza riuscire ad avvolgere completamente lo spettatore. I personaggi di contorno sono delineati in maniera troppo frettolosa per lasciare davvero il segno ma il problema più evidente rimane il mancato incontro/scontro tra le due madri e tra le madri e la bambina: tutti infatti convivono le medesimo villaggio e nelle medesime sequenze filmiche, ma il battito del cuore del film arranca notevolmente senza riuscire ma a battere come dovrebbe.

Presentato in concorso al Festival di Berlino nel 2018.

Voto: 2/4