FRANCES HA di Noah Baumbach (2012)

Dopo il passaggio all’ultima Berlinale, il 31 Torino Film Festival ospita il ritorno di uno dei più noti esponenti di quel cinema low budget, molto Sundance style, che ha un pubblico di nicchia ma porta quasi sempre il marchio di “cult” stampato sulla propria carta d’identità. Parliamo di Noah Baumbach, sodale di Wes Anderson (co-sceneggiatore di molti suoi film) e regista di Il calamaro e la balena, Il matrimonio di mia sorella e Lo stravagante mondo di Greenberg. L’universo dell’autore newyorchese, dallo stile meno ricercato rispetto a quello di Anderson – cui viene costantemente associato – è popolato di nuclei familiari disfunzionali (soprattutto nei primi due titoli citati) e antieroi immaturi che non riescono a fare i conti con le responsabilità della vita.
Frances Ha (nella sezione Festa mobile) mette al centro un ritratto femminile a tutto tondo: la deliziosa protagonista interpretata da Greta Gerwig è il contraltare leggero, ottimista e sempre sorridente nonostante la precarietà esistenziale, del nevrotico e instabile Roger Greenberg della precedente pellicola (che vedeva nel cast anche la stessa Gerwig).

Allieva ballerina dotata di ben poco talento, Frances condivide loft ed esistenza con l’amica del cuore Sophie (Mickey Sumner), unica presenza solida di una vita stramba e sconclusionata priva di relazioni durature e obiettivi concreti. Quando Sophie la pianta in asso per trasferirsi altrove e coltivare ambizioni professionali e sentimentali più serie, per Frances inizia un bizzarro ping pong da un appartamento all’altro, costantemente in bolletta e alla ricerca di un proprio posto nel mondo.
L’età adulta, con tutte le sue implicazioni e incombenze richieste dalla società (soprattutto americana), ovvero la costruzione di una famiglia e la ricerca di una prospettiva economica solida e di una carriera, sembra essere il limitem che i personaggi di Baumbach, tutti intellettuali o artisti o aspiranti tali, non vogliono attraversare, restando intrappolati nel proprio microcosmo personale che li rende in qualche modo anticonformisti e straordinari anche nella mediocrità.
Da un punto di vista stilistico, il film segna una sorta di involuzione (in senso tutt’altro che negativo) nella carriera del regista, che lui stesso ha dichiarato di aver girato come fosse “un nuovo esordio”: bassissimo il budget, poco noti gli attori, fotografia minimal in bianco e nero, ma ritmo allegro e scanzonato nonostante la malinconia di fondo. Tra le influenze più evidenti non possiamo che citare Woody Allen (cui il film pare una sorta di omaggio, specialmente nella prima sequenza) e la recente serie tv di culto Girls, con la quale ha in comune uno dei protagonisti (Adam Driver) e la rappresentazione della precaria gioventù femminile nella Grande Mela. Ma a dare l’acqua della vita al film è la splendida Greta Gerwig, qui anche cosceneggiatrice, che mette molto di sé nell’adorabile ed eccentrico personaggio che interpreta. Ormai musa del cinema indipendente, con il suo phisique du rôle da anti-diva e le mille sfumature del suo viso da ragazza comune, è decisamente un’attrice da tenere d’occhio.

Voto: 2,5/4