Frank & Louis di Petra Volpe, la recensione

di Valeria Morini

Petra Volpe, regista svizzera nota soprattutto per L’ultimo turno, sul frenetico e stressante lavoro di un’infermiera, gira il suo primo film in lingua inglese portandoci stavolta tra le mura di un carcere americano. La prospettiva è però qualcosa di sostanzialmente inedito rispetto ai classici prison movie cui ci ha abituato tanto cinema e tv: Frank & Louis, presentato in anteprima nella Piazza Grande del Locarno Film Festival 2026, parla dei detenuti affetti da malattie come demenza senile e morbo di Alzheimer, a loro volta curati da altri carcerati.

Frank (Kingsley Ben-Adir, attore che ha già interpretato personaggi come Malcolm X e Bob Marley) è in carcere per omicidio da molti anni: dopo aver imparato a gestire la rabbia, nella speranza di un rilascio anticipato per buona condotta inizia a occuparsi di Louis (Rob Morgan), ergastolano con un passato da boss del carcere, ormai anziano e offuscato dalla malattia. Tra i due il rapporto è tutt’altro che semplice data la diffidenza di Louis, ma segnerà una svolta nella vita di Frank e nel suo percorso di (possibile?) redenzione.

I film sull’Alzheimer non mancano (da Amour a The Father, passando per Still Alice o The Leisure Seeker), ma era difficile immaginare che un tema così delicato e complesso – e per molti versi attuale – come su malattia e caregiver potesse essere raccontato dall’interno di una prigione e al contemposi potesse parlare di rapporti umani e tolleranza in un contesto così duro, solitamente rappresentato come un microcosmo privo di altruismo. Il film non evita di affrontare le gravi colpe dei protagonisti, su cui anzi riflette con attenzione, ma i loro terribili atti passano in secondo piano rispetto al voler mostrare come anche in un ambiente quale quello carcerario possano nascere sentimenti come la solidarietà e la comprensione.

Molte le domande che Frank & Louis pone, senza trovare necessariamente le risposte. Persone che hanno commesso gravi delitti meritano di essere curati e trattati con dignità? E nel momento in cui la malattia li cambia totalmente, possiamo ancora considerarli gli stessi uomini che hanno commesso quei reati? Chi è pentito merita una seconda occasione? E come si stabilisce se questo pentimento è sincero? Che ruolo devono avere i famigliari delle vittime nel decidere se il reinserimento in società è possibile?

Oltre a questi interrogativi morali, il vero tema è la famiglia, o meglio la sua assenza in un contesto come quello carcerario in cui spesso i parenti dei detenuti rifiutano di vederli e interrompono ogni comunicazione. Il rapporto tra carcerati può così diventare un’amicizia, un affetto sincero o persino un surrogato della paternità. Per questo qualunque spettatore abbia affrontato la malattia di un famigliare può facilmente empatizzare, al di là dell’ambientazione carceraria.

Pur calato in un contesto americano, la pellicola è chiaramente di matrice europea. Non cerca il climax, il colpo di scena, gli stereotipi del genere, la svolta a effetto a tutti i costi. Ne esce un film in sottrazione, che si prende i suoi tempi e riesce in buona sostanza a evitare la retorica e l’eccesso di buonismo. Eppure i momenti toccanti non mancano e sono molto intensi, rendendo Frank & Louis un piccolo film emozionante e tenero sulla pietas che racconta con malinconia l’incedere del degrado cognitivo e come la cura dell’altro possa portare a un processo di autoconsapevolezza e di maturazione del senso di colpa. Non ultimo, si giova delle solide interpretazioni di Ben-Adir e Morgan, mai sopra le righe.

Voto: ★★½/☆☆☆☆