FRANKENWEENIE di Tim Burton (2012)

locandina frankenweenieSono innumerevoli i motivi per cui Tim Burton deve essere considerato un grande autore, senz’altro uno dei migliori attualmente in circolazione. Uno di questi è la passione autentica, il cuore che mette in ciascuna delle proprie opere, senza mai dimenticarsi le proprie radici, i propri riferimenti, dei quali, con gli occhi di un eterno e spettinato ragazzino, resta profondamente innamorato a dispetto del tempo che passa. Mai cinico, sempre sincero, Burton ha fatto intrinsecamente sua l’arte dell’omaggio in tutte le sue forme. Dai remake (La fabbrica di cioccolato del 2005, il meno riuscito Il pianeta delle scimmie del 2001) alle riletture (Alice in Wonderland, 2010, il meraviglioso Sweeney Todd, 2007), fino alla sua ultima opera, divertito tributo a una dimenticata serie tv della sua infanzia, il controverso Dark Shadows (2012), passando per le innumerevoli citazioni dei classici dell’horror, il regista di Burbank è uno dei più splendidi e grati esemplari di fan mai esistiti. Per non parlare della devozione assoluta tributata agli idoli in carne e ossa del suo passato di cineamatore, da Vincent Price a Christopher Lee, passando per Ed Wood e Bela Lugosi, onnipresenti numi tutelari della sua ricca filmografia.

Ora Burton rifà Burton. Accorgendosi finalmente della poesia nascosta nel suo piccolo gioiello Frankenweenie (1984), dolcissimo suo primo approccio al mediometraggio, decide di rivelarlo al grande pubblico, traducendo la live action in quello che è uno dei suoi mezzi preferiti da sempre, l’animazione stop-motion. E riesce, naturalmente, nell’intento di ricostruire l’atmosfera povera e rarefatta del film originale, arricchendola della magia nostalgica dei suoi pupazzetti dagli occhi sgranati.

Victor Frankenstein è un piccolo cinefilo che si diletta a girare film dell’orrore vecchia maniera nel giardino della sua villetta American Dream-style: un Burton in miniatura, evidentemente, accompagnato da un attore eccezionale, il fedele cane Sparky. Sociopatico e solitario, Victor è circondato da compagni di scuola altrettanto lugubri e cimiteriali. È questa forse la distanza principale, e un po’ incomprensibile, rispetto al primo Frankenweenie, dove gli abitanti del sobborgo provinciale erano invece tutti ottusamente e tristemente “conformi”. La sua vita viene sconvolta dalla scomparsa di Sparky, investito da un’auto: ma non tutto è perduto e grazie alla lezione di scienze di Mr. Rzykruski (con le inconfondibili fattezze di Vincent Price e doppiato da Martin Landau) il ragazzino potrà ritrovare presto il suo amico a quattro zampe. Ovviamente, però, lo scompiglio è dietro l’angolo.

Fantascienza e horror si inseguono in un tetro e gioioso al contempo (Burton è maestro in questo senso, come dimostrano i suoi precedenti film in stop-motion) carosello in bianco e nero che beneficia, inoltre, di una nuova veste 3D. Ogni cosa è esattamente dove dovrebbe essere, niente manca: ironia, sentimento, grandi trovate visive (su tutte, il geniale cimitero degli animali). Tim Burton torna a raccontare il proprio amore per il cinema e per il diverso, ritraendo ancora una volta se stesso nei panni del bambino solitario che è stato e collocandosi là dove ama da sempre stare, dalla parte del mostro, incompreso, ripudiato, ma proprio per questo così speciale.

Nonostante ciò, il film non ha avuto buona sorte negli States: comprensibile, forse, che una pellicola di animazione in bianco e nero, di stampo orrori fico, fatichi a trovare un proprio pubblico di riferimento, ma nondimeno molto triste. Grazie alla candidatura a miglior film di animazione agli Oscar 2012 però, forse Frankenweenie sarà per il cineasta californiano l’occasione per portarsi finalmente, e meritatamente, a casa l’ambita statuetta. Con soddisfazione della Disney, produttrice, che nel 1984 aveva rifiutato il mediometraggio del giovane regista, allora alle sue dipendenze.

 

Voto: 3/4