Fremont di Babak Jalali, la recensione

di Valeria Morini

La giovane Donya è una rifugiata dell’Afghanistan: fuggita dal suo Paese e costretta a separarsi dalla sua famiglia, vive a Fremont, in California (nota anche come Little Kabul, proprio perché ospita una grande comunità afghana), e lavora in una fabbrica di biscotti della fortuna nella Chinatown di San Francisco. Pur vivendo a contatto con altri profughi del suo Paese, Donya conduce un’esistenza molto solitaria, vivendo in modo contraddittorio la sua condizione di espatriata, finché non decide di andare in cerca dell’amore.

Potremmo definirlo un film “duale” Fremont, opus numero 4 del regista anglo-persiano Babak Jalali. Un’opera tipicamente indipendente – passato con successo al Sundance Film Festival prima di arrivare in Italia di passaggio alla Festa del cinema di Roma 2023 e poi nel 2024 al Fescaaal e al Riviera International Film Festival – che però si fregia della presenza breve ma significativa dell’attore Jeremy Allen White, ormai una superstar dopo il Golden Globe ottenuto con la serie The Bear. Un film profondamente americano e al tempo stesso multietnico e internazionale, scritto da Jalali insieme all’italiana Carolina Cavalli, una delle voci del giovane cinema tricolore che si è fatta notare con quella deliziosa anomalia che è Amanda (a sua volta montato dallo stesso Jalali). Un film d’attrice, tutto incentrato sugli sguardi di Anaita Wali Zada, che però attrice navigata non è: come la sua Donya, è una rifugiata dell’Afghanistan alla sua prima esperienza recitativa.

Un film duale, come dicevamo, così come lo è la personalità di Donya. Insonne ma incapace di capire se il suo è stress post-traumatico o semplice apatia. Divisa tra l’affetto degli altri profughi e il giudizio di chi la considera una traditrice per il suo lavoro di traduttrice per l’esercito americano. Asociale ma romantica.

Fremont è tutto quello che ci aspettiamo (e vogliamo) dal cinema indie americano: in un bianco e nero che ci richiama il cinema di Jim Jarmusch e ne sottolinea il budget risicato, per i primi due terzi è un film di sguardi, silenzi e ripetizioni, in cui seguiamo la routine di Donya tra il lavoro, le notti senza sonno e le poche interazioni (la collega, lo psichiatra, il vicino), poi arriva la svolta significativa in un’ultima parte in cui si trasforma in un road movie di struggente bellezza.

Fremont è un film dolente, solo apparentemente statico, malinconico, su anime smarrite e solitarie, dove il tema dello sradicamento e dell’esilio si intreccia con elementi della cultura americana (il viaggio, i riferimenti a “Zanna Bianca”). Anaita Wali Zada è autentica e soave, Jeremy Allen White appare solo pochi minuti ma conferma la sua eccezionale bravura d’interprete.

Voto: ⭐️⭐️⭐️