Furiosa: A Mad Max Saga, la recensione del film di George Miller

di Valeria Morini

Lande desertiche, motori ruggenti, brandelli di umanità ridotti a uno stato primordiale che si scannano per il predominio su acqua e benzina: è tornato il mondo post-apocalittico di George Miller, che in Furiosa – A Mad Max Saga racconta le origini e la giovinezza del personaggio che in Mad Max: Fury Road era interpretato da Charlize Theron, qui incarnata invece da Anya Taylor-Joy. Come il predecessore, anche Furiosa è stato presentato Fuori concorso al Festival di Cannes.

Come già detto, la pellicola è un prequel di Fury Road (che già a sua volta era un reboot della trilogia di Miller con Mel Gibson, ovvero InterceptorInterceptor – Il guerriero della strada e Mad Max oltre la sfera del tuono) ed è priva del personaggio di Mad Max, incentrandosi invece sul passato di Furiosa. Qui la futura “imperatrice” ribelle è dapprima solo una bambina, rapita da un gruppo di banditi che la sottrae a uno dei pochi siti fertili rimasti, il Luogo Verde delle Molte Madri. Furiosa finisce così nella banda di Dementus (Chris Hemsworth), folle e sfrenato capo di un migliaio di predoni-biker. Traumatizzata dalla violenta morte della madre, la ragazzina passa poi nelle mani di Immortan Joe (Lachy Hulme, che prende il posto del defunto Hugh Keays-Byrne) e, ormai adulta, è coinvolta nella guerra tra Dementus e Joe per il dominio delle tre roccaforti delle Terre Desolate (la Cittadella, Gas Town e la Bullet Farm), ma nel suo cuore ci sono solo la voglia di tornare a casa e il desiderio di vendetta.

Diviso in cinque capitoli che esplorano il percorso di formazione di un'(anti)eroina taciturna e tostissima, Furiosa è puro spettacolo per gli occhi e pane per i denti dei fan dell’universo post-atomico costruito con formidabile inventiva e lodevole coerenza dal leggendario regista australiano. Al tempo stesso, è immancabile il confronto con Mad Max: Fury Road, nel quale il prequel paga lo scotto di trovarsi a dialogare con quello che semplicemente è uno dei più grandi e significativi film (almeno) dell’ultimo ventennio. Tale gara non può che risolversi a favore del gigantesco Fury Road, motivo per cui è meglio mettere da parte tale paragone e prendere Furiosa come un film a sé stante giudicandolo per quello che è: non un capolavoro assoluto ma un robusto kolossal di intrattenimento dall’impianto narrativo più classico e convenzionale rispetto al predecessore (che era invece tutto costruito su variazioni sempre più audaci del leitmotiv dell’inseguimento on the road) e che inanella scene action assolutamente magnifiche, certamente ben sopra la media del blockbuster medio contemporaneo.

Al di là della (risicatissima) trama e delle superstar coinvolte – tra la pur iconica Taylor-Joy che non è ai livelli della Theron e Hemsworth che mette il suo fisico da Thor al servizio di un villain sin troppo sopra le righe, ci piace citare un personaggio più defilato ma interessante, il malinconico Praetorian Jack di Tom Burke – Furiosa trova infatti la sua chiave di volta nella cifra visiva. Nell’inconfondibile iconografia tra lo steampunk e il tamarro galoppante tra le dune del deserto australiano, nella violenza cruda ma non insostenibile, nell’epica che sfiora la farsa e il grottesco in una felice accozzaglia di riferimenti ad antica Roma, mondo barbaro e sottoculture urbane (già il fatto che ci siano personaggi chiamati Dementus, Scrotus e Rictus Erectus parla da sé!), nella caterva di esplosioni e nel fascino dei suoi folli veicoli (dalla Valiant di Furiosa alla blindocisterna, ma il mezzo più cult è la biga di Dementus guidata da… tre motociclette).

È in questo bombardamento di immagini che Miller, alla faccia dei suoi 79 anni, si conferma regista di razza e maestro nel coordinare stunt impossibili, supportato dal fondamentale lavoro di montaggio della collaboratrice storica (nonché moglie) Margaret Sixel. Insomma, pur nel suo essere una parabola fortemente anti-patriarcale ed ecologista, Furiosa è soprattutto sangue, polvere, sudore e tanto divertimento.

Voto: ⭐️⭐️⭐️