GIOVANI SI DIVENTA di Noah Baumbach (2014)

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A guardare il trailer italiano di Giovani si diventa (sulla pessima traduzione dell’originale While We’re Young si potrebbe discutere a lungo), pare di trovarsi di fronte a un film leggerino su una coppia di quarantenni, Josh e Cornelia (Ben Stiller e Naomi Watts) che tenta di eludere la crisi di mezza età frequentando un’altra coppia formata da due venticinquenni gioiosi e in fiore, Jamie e Darby (Adam Driver e Amanda Seyfried).

Naturalmente, trattandosi di un film di Noah Baumbach, nel calderone di questa commedia agrodolce c’è molto di più. Avevamo lasciato il regista di Il calamaro e la balena alle geometrie in bianco e nero di Frances Ha, racconto di formazione su una ragazza sognante e spaesata. Lo ritroviamo in quella stessa New York, resa più brulicante e variopinta, a ribadirci come sia lui a tutti gli effetti l’erede di Woody Allen in quanto nuovo portavoce della borghesia colta della Grande Mela.

Partiamo dall’incontro-scontro generazionale che effettivamente costituisce il nerbo della prima parte del film. Da un lato troviamo i rappresentanti della “vecchia” Generazione X (non a caso, lo stesso Stiller ne redasse il manifesto con Giovani, carini e disoccupati), invecchiati, nevrotici, iper-tecnologizzati. Dall’altra, i giovani hipster di oggi rappresentati con altrettanta ironia, tra retro-manie, outfit vintage, serate all’insegna di bizzarri riti tribali e nostalgia per l’era pre-digitale. Il bello dei confusi, ma così autentici, Josh e Cornelia è il fatto che si trovino a disagio in entrambi i mondi, sia tra quei coetanei intrappolati nella mediocrità e nell’obbligo sociale di fare figli, sia tra la scatenata gioventù in mezzo alla quale inseguono vanamente stimoli e modelli.

Il vero fulcro del film sta però nella contrapposizione tra Josh, talentuoso documentarista impantanato in un progetto senza fine, e Jamie, aspirante filmaker che ha dalla sua ambizione e spregiudicatezza. È allora che Giovani si diventa lascia i rassicuranti territori della comedy spensierata e si trasforma su una riflessione sull’arte e sull’eterno conflitto tra vero e falso, etica ed estetica. Per poi risolversi, infine, in un’amara analisi della natura umana e dell’uomo contemporaneo.

La regia di Baumbach è freschissima, creativa, impreziosita da un’attenzione millimetrica ai particolari, dalla fotografia di Sam Levy che guarda al cinema degli anni Sessanta-Settanta, da un tappeto sonoro che spazia da Vivaldi al pop Eighties di David Bowie e Lionel Richie. A fianco dei tanti pregi che caratterizzano la pellicola, vanno però annoverati anche alcuni difetti: al di là di alcuni cali che si avvertono qua e là, risulta visibilmente sacrificato un personaggio che dovrebbe essere invece essenziale come quello della Seyfried (discorso forse valido, ma solo parzialmente, anche per la Watts, comunque brava). Sul piano attoriale, escono con buoni voti sia il sempre più lanciato Driver, prossimo a transitare dal cinema d’autore al ruolo del cattivo Kylo Ren nel nuovo Star Wars, sia Stiller: dopo Lo stravagante mondo di Greenberg, Baumbach si conferma il regista più abile a tirare fuori le doti interpretative del comico americano.

Voto: 2,5/4