Glass Onion – Knives Out di Rian Johnson, la recensione

Su Netflix

A cura di Francesco Pozzo

Lo diciamo subito: Glass Onion è una delusione. Forse non brutto, ma un enorme passo indietro rispetto a quel gioiellino d’ingegno, grazia e prodigiosa leggerezza che era Knives Out, primo tassello delle avventure del virtuoso detective Benoit Blanc impersonato da un garrulo e rinato Daniel Craig (dire che ne aveva fin sopra i capelli d’interpretare James Bond sarebbe un vellutato eufemismo: fate voi un confronto), nonché una delle ultime, grandi esperienze cinematografiche collettive prima dell’agghiacciante parentesi della pandemia di Covid-19.

Il film è nel complesso guardabile e non manca neppure di trovate simpatiche o piacevolmente tongue-in-cheek (ma comunque, va detto, sempre sul versante meta, dunque di nicchia) accompagnate da qualche guizzo salace discretamente indovinato (segnatamente: la citazione al Magnolia di Paul Thomas Anderson e le continue frecciatine al bersaglio facile Jared Leto, ma non solo: sfiziosi certi cammei), ma complessivamente, sia come originalità dell’intreccio, che come suspense (inesistente), che come ritmo (invero faticoso, contorto e inutilmente macchinoso, con un presunto colpo di scena a metà racconto francamente un po’ ridicolo), che come affiatamento e carisma del cast, davvero non ci siamo: e se realmente (e forzatamente) si sostiene che l’efficacia di una pellicola simile non risieda nell’abilità di scrittura e nell’elettrizzante piacere della sorpresa, unito possibilmente ad un climax degno di tal nome (e noi non siamo certo di tale opinione), allora il materiale di contorno non è sufficientemente sagace o interessante – neanche lontanamente – per reggere un prodotto che possa ambire a definirsi quantomeno di solida fattura.

I personaggi coinvolti, a parte il già citato Craig, Edward Norton che si presenta da solo e il sempre rocciosamente carismatico Dave Bautista, non sono pur minimamente intriganti o accortamente tratteggiati (c’è addirittura una ritrovata Kate Hudson nella copia cheap del vacuo personaggio di Toni Collette nell’episodio precedente: che fantasia…); e laddove l’originale giocava sul brivido dell’investigazione in uno scenario volutamente più umbratile e affascinante, sovvertendo l’immaginario del giallo ma rispettandone al tempo stesso canoni, regole e coordinate che ne costituiscono le fondamenta, qui la si butta presto in caciara e nel divertissement più sterile e sguaiato, quasi cacofonico, con uso smodato di sbrilluccicanti effetti speciali di medio(cre) livello e grossolani frizzi e lazzi che, oltre a farci uscire dalla sala assai storditi – o ad assopirci sul divano: più consono ai tempi -, irritano non poco; sorvolando poi, non si sa bene come, sul problema capitale che s’intuisce l’assassino dopo un paio di minuti: pensate essenzialmente alla scelta più ovvia possibile, e avrete capito tutto (e chi scrive non è sicuramente fra coloro che se scoprono il colpevole prima del dovuto giudicano il film automaticamente compromesso: e però, urge ripeterlo, in un’operazione impostata in questa maniera, non solo la tempistica del disvelamento dell’identità di questo fa la differenza: ma è tutto).

E per concludere, mancanza forse minore ma comunque molto spiacevole: l’acre, sottile e raffinata critica all’ipocrisia della borghesia americana compenetrata al tessuto della nazione presente nel primo capitolo, tutt’altro che pretestuosa ma anzi capace di scandagliare e andare silenziosamente a fondo cogliendo il peggio del legno storto dell’umanità con pochi e sapienti tratti, qui, a parte qualche banale accenno all’onnipresente e pervasivo dominio dei social media e alla vuotezza esibita del nostro tempo, non è semplicemente pervenuta.

Un vero peccato, perché la scelta di ambientare la vicenda durante il cupo periodo dei lockdown, con tanto di mascherine e terribile corollario che tutti ben ricordiamo e che non abbiamo ancora completamente dismesso, possedeva ogni requisito necessario per riflettere amaramente sull’intrinseca follia del momento storico che stiamo attraversando e sull’imponderabile comportamento degli esseri umani in circostanze inaudite – magari con piglio entomologico, osservandoli cinicamente in spazi ristretti, che era poi una delle chiavi vincenti del prototipo -, ma è purtroppo un altro spunto buttato lì, a favore di fasti ineleganti e clangori metallici che ci saremmo onestamente risparmiati.

Glass Onion è esattamente come l’omonima cipolla dai mille strati al centro, metaforico e non, della narrazione: uno specchietto per allodole che può sembrare, a uno sguardo di superficie, un qualcosa di estremamente elaborato e ammaliante, che colpisce e attira lo sguardo, ma che sotto non nasconde nulla, proprio come i suoi sciapi interpreti.

Questa la vera beffa del film: chissà se il buon Rian Johnson sarà stato sfiorato dal pensiero…

Voto: 2/4