Godzilla vs. Kong, la recensione

A cura di Francesco Pozzo

Storie di mostri che si menano ad infinitum: Covid Edition. Rincuora sapere che, nei pochi cinema aperti dei non pochi paesi che se la passano meglio del nostro, questo film abbia già totalizzato la ragguardevole cifra di 120 milioni d’incasso: un indubbio segnale di speranza circa il mai così periclitante futuro dell’esperienza cinematografica in sala, in barba ad HBO Max e al cinismo ostile dei dirigenti Warner.

Resta però l’amara ed evidente consapevolezza di assistere inermi al punto più basso e mefitico di un universo nato male e concepito peggio: un’esperienza straziante.

Il Godzilla di Gareth Edwards, primo tassello di questa nuova e logorante cosmogonia di mostri, era un imbarazzante e soporifero colosso d’ambizioni malriposte che stridevano ignominiosamente con la pur potenzialmente interessante materia trattata: un fiasco di dimensioni titaniche; il secondo film, Kong: Skull Island (tuttora il più infimo e trucido della malaugurata serie) uno schianto desolante alieno a qualunque parvenza di stupore e fantasia: contaminato, per giunta, da patetici rimandi puramente di pancia e di facciata a un cinema che grande (grandissimo) lo è stato realmente (su tutti, Apocalypse Now, sic!); il terzo, King of the Monsters (pur mediocre, per carità), vantava qualche trovata plastica interessante.

Questo si colloca esattamente nel mezzo, fra il secondo e il terzo capitolo; ed è, molto prevedibilimente, uno tonfo disumano di passione, intelligenza, pathos, divertimento, emozione, coinvolgimento.

Tutto già visto, già detto, già fatto. E, naturalmente, infinitamente meglio: dove diavolo è finita la magia trascinante dei Godzilla di Hishirō Honda o la meraviglia sognante e senza tempo del King Kong di Peter Jackson? Per quale ragione al mondo non si realizza più un cinema di questo tipo (diciamo, semplicemente: cinema) in favore di quest’apoteosi immane di cacofonica rozzezza?

Mala tempora currunt, si dirà; bieche ragioni di mercato, supponiamo noi: il pubblico vorrà probabilmente questo (?), e la maschera, per quanto concerne l’ormai agonizzante, devastato e serializzato cinema d’intrattenimento, è stata gettata.

Ciò detto, è lapalissiano il fatto che, anche calati in quest’ottica frustrante, gli studios o chi di dovere (sarebbe sciocco cercare una qualche forma di autorialità in questi prodotti) continuino a non comprendere che, nel momento in cui si sceglie di girare un film di questo tipo, o si accantona completamente il fattore umano premendo dal primo all’ultimo minuto il pedale della distruzione e del fragore visivo (creando magari una sorta di disarmonico esperimento d’astrazione visuale à la Transformers 3, ma ci vuole talento), oppure s’imbastisce un (minimale, non si chiede la luna) racconto di rapporti umani che s’intreccino facendo da contraltare alla cosiddetta parte ‘evasiva’ per tentare, in qualche modo, di bilanciare il tutto: ma per farlo devi essere, senza scomodare autori seri come Peter Jackson, quantomeno un regista a cui sta a cuore, pur vagamente, lo spettro delle umane relazioni.

Se sei Adam Wingard, invece, Dio ce ne scampi! Tradotto: tipica e sfibrante oretta d’introduzione di personaggi striminziti e da pernacchie a scena aperta per scaraventarci poi nell’usuale massacro convulso e disarticolato tipico degli orrendi blockbuster contemporanei.

C’è tutto: lo scienziato invasato, il collega che ci ripensa, la spalletta nerd e cicciuta, la spalletta goffa ma genialoide, la mamma sensibile e ridicola, il belloccio inespressivo, la bimbetta strappalacrime, il padre cogitabondo (che si vede due minuti in croce): mai s’era toccato un punto così miserabile e sconfortante di caratterizzazione, costruzione o semplice interesse della – neppur esigua – controparte antropomorfa (che, come già detto, non sarebbe un problema, se si facessero le cose in maniera intelligente).

Ecce, dunque, il repertorio: lampi, botti, strilli, strepiti, urla, ordini perentori, zoomacci violenti, clangore metallico, musichette cool, ruggiti molesti, Kong che si libra nello spazio seguendo le orme del tragico Hulk di Ang Lee, luci fluorescenti che non scontentano nessuno, scenari e metropoli distrutte a pedate: il tutto, ovviamente, al buio: così si mascherano bene gli effetti (poco) speciali (e anche qui, tutto già visto e con risultati drasticamente più convincenti: si veda semplicemente il già dimenticabile Pacific Rim, al quale il buon Wingard si rifà smaccatamente e con indegna cafoneria).

Il cinema, questo ricordo lontano. Avanti il prossimo.

Voto: 1/4