GRAND PIANO di Eugenio Mira (2013)

 Scelto per chiudere la trentunesima edizione del Festival di Torino, Grand Piano rimane quello che le sinossi introduttive o i poster pubblicitari lasciavano intuire, ovvero un film con uno spunto curioso. Basta. La vicenda prende le mosse con i giusti ingredienti per incuriosire molto lo spettatore. I primi 20 minuti della pellicola divertono, appassionano e ci immergono pienamente, facendoci immedesimare bene nel protagonista. Un famosissimo pianista, ritiratosi dalle scene, torna in concerto dopo cinque anni di silenzio, ma a preoccuparlo di più non sarà l’emozione della performance, bensì la minaccia che trova scritta sugli spartiti una volta iniziato a suonare: “sbaglia una nota e morirai”.

Peccato che il film rimanga curioso solo potenzialmente. Il regista Eugenio Mira sembra non accorgersi di come non ci si possa accontentare di un buono spunto iniziale per sostenere una pellicola intera. Le trovate di sceneggiatura vanno costantemente in calando, proponendo situazioni al limite dell’assurdità (dall’uso del cellulare alla motivazione scatenante dell’intreccio, passando per le abbozzate figure dei personaggi secondari) a cui facciamo davvero fatica a credere, la cui fragilità è ancora più evidente nel finale, dove il film ci dà l’idea di non sapere davvero più come concludersi e cerca una soluzione tanto sbrigativa quanto mal riuscita. Per tutta la durata del film rimarremo all’interno del teatro seguendo le mosse dell’attentatore e le azioni del pianista, con un’orchestra come sfondo e una volontà registica di giocare sul montaggio e sulla messa in scena ricordando Alfred Hitchcock, citato tra l’altro dallo strumentista che suona i piatti per indicare un omicidio fuori campo ma mai minimamente raggiunto a livello artistico.

La regia di Mira risulta ulteriormente inadeguata per quanto riguarda la direzione degli attori, in particolare del più che opaco Elijah Wood che si è forse concentrato troppo (ma di questo dobbiamo dargliene merito) nell’apprendere la tecnica musicale (in diverse scene, se non in tutte, è lui stesso a suonare il pianoforte) trascurando così la recitazione che danneggia la pellicola anche perché il suo ruolo è più che centrale.

Oltre allo spunto iniziale, sembra che l’unica altra qualità del film sia quella di risultare comunque scorrevole, senza impegnare troppo lo spettatore. Ma questo fatto non deve essere in alcun modo considerato come una nota a favore.

 

Voto: 1,5/4