Grand Tour, la recensione del film di Miguel Gomes
di Giulia Pugliese
Grand Tour è un piccolo-grande miracolo, che arriva alla fine di un’annata di film molto cupi e che riflettono sul presente (alcuni esempi: La zona d’interesse, Civil War, La sala professori e Furiosa: A Mad Max Saga). Il 2024 è stato infatti un anno basato sul raccontare il passato per spiegare il presente. Grand Tour è un film dove il presente racconta anche il passato, un’opera che stordisce per la ricchezza delle immagini.
Il regista Miguel Gomes ha giustamente detto che il film è nato nel segno della bellezza. È una grande ouverture al viaggio, ai viaggiatori, e riprende le sinfonie delle città degli anni ’20 e ’30 per raccontare l’Oriente.
Per i primi dieci minuti lo spettatore è spiazzato, e la storia non riesce a tenere il passo delle immagini, ma l’artificio artistico che la regia riesce a portare, stupisce: gli occhi dello spettatore si riempiono di bellezza. L’uso del bianco e nero serve a non farci distrarre troppo da una natura selvaggia, dai paesaggi pieni di colori, e a farci concentrare sulla storia, che però non è poi così centrale. Il bianco e nero è anche il marchio di Miguel Gomes, che già nel 2012 lo aveva usato con Tabu, per darci proprio l’idea del ricordo e del passato.
Due viaggiatori, Edwin e Molly, uno yin e uno yang, non solo per genere ma anche per comportamenti: Molly è aperta alla vita, all’avventura, caparbia; Edwin, invece, è spaventato dal prossimo step della sua vita e senza un obiettivo preciso. Molly ed Edwin percorrono lo stesso viaggio, calpestano gli stessi passi e vedono gli stessi paesaggi. Cosa c’è tra questi due viaggiatori: un gioco o un dramma? Chi sta ferendo l’altro? C’è un vincitore, c’è un perdente? C’è un’ossessione? Il loro rapporto travalica il comune senso, come viene detto a più riprese da altri personaggi del film. Edwin, funzionario della Corona britannica nell’allora colonia della Birmania, scappa per non sposarsi con Molly. Questo viaggio lo porterà a visitare Singapore, il Giappone, la Cina, la Thailandia, il Vietnam e il Laos. Proprio come facevano i nobili europei nel XVII secolo in Europa. A ricordarci la cara vecchia Europa ci sono Beethoven e il Valzer del Danubio blu, ma a dire la verità il Vecchio Continente non ci manca.
Grand Tour riprende le favole di Wes Anderson e, insieme a quelle, la poca razionalità e normalità dei protagonisti, pronti a fughe come i giovani innamorati di Moonrise Kingdom o il viaggio dei fratelli Whitman in India con Il treno per il Darjeeling. Ma allo stesso tempo il regista tiene lo sguardo antropologico di Wim Wenders, rimanendo stupito dalle culture che i protagonisti incontrano. Lo stupore è ancora maggiore per le persone che incrociano: la guida che porta Edwin a Bangkok, l’incontro casuale di una donna che si sta per sposare, il ricco mandriano americano Timothy Sanders, e il diplomatico inglese in Laos, che sa che presto non potrà rimanere nel paese perché il mondo sta cambiando, ma allo stesso tempo non vuole tornare a Londra. Quello che cercano i due protagonisti è la comprensione dei loro comportamenti e dei comportamenti umani in generale, ma anche l’esperienza di qualcosa di differente e una maggiore chiarezza su ciò che vogliono. L’opera è un viaggio anche interiore dei protagonisti.
Grand Tour è un film doppio: presente e passato che si intrecciano, due viaggiatori con due prospettive diverse che fanno lo stesso viaggio. Riuscendo nell’incredibile compito di riprendere il vecchio cinema, inserendo però molta modernità e novità, con un finale che ci riporta allo stupore, al possibile e alla magia del cinema. Grand Tour è a tutti gli effetti un film magico, che spesso fa avvenire l’impossibile e ci riporta alla grandezza del cinema classico, con una comunicazione tutta nuova.
Voto: ★★★/☆☆☆☆
