HANNAH ARENDT di Margarethe von Trotta (2012)

Locandina Hannah ArendtNota come la regista più femminista del Nuovo Cinema Tedesco, Margarethe Von Trotta ha sempre messo al centro della propria filmografia figure femminili forti, che grazie a perseveranza e caparbietà intellettuale si oppongono al mondo che le circonda, riuscendo spesso a cambiarlo. Questo era il caso di Rosa L (1986)., dedicato alla famosa rivoluzionaria uccisa nel ’19, o del più recente Rosenstrasse (2003), dove un gruppo di mogli ariane salva i propri mariti ebrei durante l’Olocausto; e questo è il caso anche di Hannah Arendt, il suo ultimo film, dedicato alla figura della grande storica e filosofa tedesca.

 

Il film si concentra sul periodo che va dal 1960 al 1964, quando la Arendt (Sukowa, già con Von Trotta nei panni di Rosa Luxembourg) si recò a Gerusalemme per seguire le tappe del famoso processo ai danni di Adolf Eichmann, gerarca nazista prelevato in Argentina dal Mossad e trascinato in Israele. La Arendt, incaricata di seguire il caso per il “New Yorker”, mise a punto una serie di articoli che mettevano in discussione la legittimità giuridica di quel processo e che analizzavano filosoficamente il concetto del Male attraverso la figura di Eichmann. Nonostante le aspre critiche che tutti i giornali e la comunità ebraica le riservarono, Hannah rimase fedele alla sua idea e, successivamente, i suoi articoli andarono a formare il celebre saggio “La Banalità del Male”.

Avvalendosi di un stile paziente e calligrafico, Von Trotta riesce a riassumere tutta la famosa vicenda senza mai risultare retorica o pedante, dando, invece, una innegabile forza narrativa ad un evento di per sé poco modellabile sulla forma del racconto classico. La regista riesce, inoltre, a dare il meglio di sé proprio nelle parti più filosofiche del film. Le celebri riflessioni de “La Banalità del Male” sulla burocratizzazione della malvagità e sull’importanza del pensiero individuale come strumento morale, infatti, vengono versate nel film con eleganza e senso della misura, riuscendo a essere fruite da qualsiasi tipo di pubblico ma senza mai apparire didattiche o didascaliche. Tematicamente e narrativamente il film dunque regge, evitando, anche grazie ad un ottimo lavoro sulla fotografia, di prendere la strada dell’operetta biografica per le scuole o per la televisione. Vetta assoluta di tutta l’operazione è la riuscita interazione tra le originali riprese del processo e gli attori, nelle quali il vero Eichmann viene fatto “recitare” in modo davvero sorprendente e a tratti inquietante. Nonostante la scintilla del capolavoro non si accenda mai, Hannah Arendt è un film solido, rigoroso e che, soprattutto, mantiene ciò che promette.

 

Voto: 2,5/4